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E’ il giorno della memoria, cento anni fa lo sterminio del terremoto. Video inedito per ricordare 30mila vittime. Alle 7.53 rintocchi in tutta la Marsica. La cronaca della giornata


Video originale in esclusiva per MarsicaLive.
Antonio Pellegrini interpreta il testo scritto da Francesco Proia

Avezzano. Oggi, 13 gennaio 2015, per noi marsicani è il giorno della memoria. I sopravvissuti a quella tragedia ormai si contano sulle dita di una mano e noi, che quell’inferno l’abbiamo vissuto solo tramite i racconti dei nostri nonni o in maniera ancor meno diretta tramite alcune popolarissime foto in bianco e nero, non abbiamo solo l’obbligo morale di ricordare quella tragedia, ma anche quello di rendere merito a coloro che all’epoca contribuirono ad aiutare i superstiti, analizzare le cause che hanno portato a una catastrofe simile e mettercela tutta affinché non avvenga di nuovo. Per non dimenticare basta analizzare quello che accadde alle 7.53 di quel gelido mercoledì mattina, quando la terra decise di scatenare tutta la sua violenza sprigionando una furia devastante pari alla potenza di 32 milioni di tonnellate di dinamite, circa 1.000 bombe all’idrogeno, esattamente nel punto in cui, fino a pochi anni prima c’era il lago del Fucino.

Video originale girato a manovella, collezione Raffaello Di Domenico in esclusiva per MarsicaLive

I sismografi registrarono un terremoto del 7° grado della scala Richter; la bomba sganciata su Hiroshima è ferma tra il 5° e il 6° grado della scala Mercalli, il terremoto della Marsica l’11°. Fu il secondo terremoto più forte della storia d’Italia. Ricordiamo inoltre che i nostri trisavoli, nonostante la terribile scossa sia stata avvertita in tutta Italia, ricevettero i primi soccorsi solo all’alba del giorno successivo, dopo ben 24 ore, poiché tutte le strade erano distrutte o invase da frane. In tutta la Marsica ci furono oltre 30.000 vittime. Solo ad Avezzano circa 10mila morti su 11mila abitanti, 9 morti su 10 tra cui anche il sindaco. Eppure le percentuali hanno la brutta caratteristica di allontanare dalla realtà. Si riesce a comprenderle davvero, solo nel momento in cui ci s’immedesima in esse. Cambia tutto infatti, se immaginiamo che quell’unico sopravvissuto possa essere stato un bambino di pochi mesi che, in un colpo solo, abbia perso fratelli, genitori e nonni. Già, proprio in un colpo solo. Perché quel terremoto durò appena trenta secondi. Un colpo solo.

Il secondo dovere è quello di ricordare chi, in quelle terribili ore ma anche negli anni a venire, ha cercato di aiutare le vittime più innocenti e indifese: i bambini. Di fatto una delle emergenze più grandi fu proprio quella legata agli orfani. Ed è qui che dobbiamo rendere merito ancora oggi all’instancabile opera di Don Orione che, mosso dal più vivo spirito cristiano, cercò per anni di restituire i bambini orfani ai parenti, più o meno vicini, sopravvissuti a quella terribile calamità. La terza fase del ricordo deve essere l’analisi che, solo a distanza di così tanti anni, può davvero essere lucida e imparziale.

Diversi antropologi sostengono che gli eventi che hanno segnato di più il territorio marsicano negli ultimi anni sono stati due: il prosciugamento del lago Fucino e il terremoto del 1915. A mio avviso questi due eventi sono strettamente collegati. Non dimentichiamo infatti che l’economia in forte espansione legata al prosciugamento del lago favorì una speculazione edilizia senza pari: le case venivano costruite velocemente e con materiali inadatti; purtroppo anche questo contribuì ad ingigantire la catastrofe che diversamente, forse, poteva essere almeno contenuta. E se qualcuno dovesse ritenere esagerata questa tesi, può sempre ricordare che ad Avezzano rimase in piedi una sola casa, l’unica costruita da un certo Cesare Palazzi, classe 1859 che sul biglietto da visita si definiva “cementista armato”. O ancor più facile è trovare qualche analogia con i metodi di costruzione delle case crollate durante il terremoto dell’Aquila del 2009.

La giornata della memoria deve servire proprio a questo, ad evitare che queste tragedie si ripetano, a non dimenticare che spesso queste possono essere evitate con semplici accorgimenti, a ricordarci che non possiamo continuare a costruire case vicino a un fiume o alle pendici di un vulcano attivo. A non dimenticare che sulla terra i fenomeni naturali si verificano da millenni, ma che questi si sono trasformati in catastrofi solo dopo la comparsa dell’uomo. Infine volevo dare voce al dubbio che i nostri nonni ci hanno trasmesso sin da piccoli, quello a cui ogni marsicano, pur ritenendolo poco più di una leggenda, continua a credere quasi di nascosto, ovvero che il secondo terremoto della storia d’Italia, sia legato al prosciugamento del terzo lago più grande d’Italia. Come se la natura in qualche modo avesse deciso di vendicarsi del prosciugamento di quel miliardo di metri cubi d’acqua, cosa che non aveva mai fatto con i nostri antenati che invece lo rispettavano e lo veneravano con il nome di Dio Fucino.

A tal proposito mi torna alla mente un aneddoto che mi ha riferito un anziano qualche mese fa: si racconta che uno dei pochi sopravvissuti al terremoto, già qualche settimana prima del sisma, avesse avvisato i parenti e gli amici che stesse per succedere qualcosa di terribile. I suoi timori non erano nati da chissà quale strumentazione ipertecnologica, ma solo dal fatto che da diversi giorni aveva visto i canali di Fucino bollire e vi aveva trovato centinaia di pesci che vi galleggiavano morti. Quest’uomo convinse amici e parenti più stretti a dormire fuori casa per qualche giorno, ma dopo un po’ questi, intirizziti dal freddo invernale, si stancarono delle scomode stalle di legno e tornarono nelle loro case. Morirono tutti qualche giorno dopo, alle ore 7.40 di quel 13 gennaio 1915, tranne quell’uomo che aveva avuto come unico merito, quello di aver saputo interpretare i chiari segnali che madre natura gli aveva mandato, segnali che tutti gli altri invece ignorarono.
Francesco Proia