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Pastori e transumanza: il Patrimonio Immateriale dell’Umanità raccontato dal libro Abruzzo Dentro

Intervista a PhD. Prof. Antropologa Culturale Manuela Sirikith Ciaccia: dal rito di iniziazione al riconoscimento nel gruppo pastorale

Celano. Pecore, pastori, transumanza. Pastori protagonisti di un mondo che oggi guardiamo da lontano e che solo tramite la voce narrante di chi ha fatto ricerca riusciamo a comprendere. In qualche modo. La cultura ha bisogno di radici forti. Le radici trovano la loro strada, resistono. Per avere radici salde e forti ci vuole pazienza. La cultura ha bisogno di tempo, perché lo studio, di tempo, ne richiede molto.

L’Antropologia Culturale è di per sé un “altro mondo”. Affascinante quanto difficilmente accessibile. Anche solo per toccare le radici dell’Abruzzo è necessaria una forza straordinaria. Perché i testimoni di quella storia sono sempre di meno e un patrimonio fatto di tradizioni, simboli, costumi rischia di andare perso. Se non addirittura di essere mostrato distorto, quando a diffonderlo non sia la competenza.

Per valorizzare, divulgare, preservare, quelli che l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura definisce “Patrimoni Immateriali”, è necessaria questa scienza così duttile e severa allo stesso tempo.

Pastori e lupi, un patto antico come la luna: ‘la prova’”, è uno dei racconti più preziosi lasciati in eredità agli abruzzesi, che testimonia l’importanza di un vero e proprio rito di iniziazione che veniva messo in atto per avere il riconoscimento da “pastore” all’interno del gruppo.

Oggi, epoca in cui si è tornati a parlare di argomenti inerenti le culture transumanti, è questo un racconto che assume ancora di più un valore straordinario.

Lo ha scritto Manuela Sirikith Ciaccia, PhD. Prof. Antropologa Culturale, nella raccolta “Abruzzo Dentro”, Antropologia Culturale dei Patrimoni Immateriali (DemAs – Verdone, 2010).

La raccolta presenta 12 sezioni – volumi multidisciplinari, dalle origini dell’Uomo del Fucino, alla focalizzazione della figura di Federico II, alla ricostruzione dell’intero sistema medievale con la toponomastica e lo studio etimologico del territorio, fino al confronto etnografico dedicato alla farmacopea popolare. Il libro, Premio nazionale per la Storia del Costume degli Archivi Alinari in Firenze (2010), è stato oggetto di interesse cinematografico, entrando nella programmazione della Promozione Paese all’estero.

Diversi anche i passaggi che trattano le peculiarità del mondo dei pastori e anche lo specifico legame con la transumanza.

Manuela Sirikith Ciaccia PhD. Prof. Antropologa Culturale

 

L’intervista all’Antropologa Culturale Manuela Ciaccia

Concetto di transumanza

La transumanza è uno strumento che esprime una scelta di sussistenza. Essa è specificatamente basata sull’allevamento e lo spostamento di armenti all’interno del sistema agro- pastorale di popoli nomadi, semi – nomadi o semi – stanziali.

Dove nasce e come si diffonde?

Dalle Ande alla Patagonia, dal Borneo all’Oceania, l’Uomo ha sempre trovato nello spostamento e nel viaggio a breve o a lungo termine, un’autentica spinta verso l’ignoto, ma anche una curiosità per la conoscenza di nuovi luoghi, genti, usi, costumi, consuetudini. Alla base, tuttavia, resta il motivo di cercare nutrimento. È bene precisare che non si tratta solo di un fenomeno di interesse antropologico abruzzese. Tribù dell’Africa, Asia e Sud America, Popoli Siberiani e Culture Uralo-Altaiche, non solo conservano questa consuetudine ma presentano potenti riferimenti in feste stagionali che richiamano le cosiddette “primavere sacre”, note ai nostri Popoli Italici, da cui anche noi abruzzesi abbiamo origine. Esse consistevano in spostamenti rituali che celebravano fauna, flora e successivamente rendevano omaggio allo stesso bestiame da cui si traeva nutrimento.

Lungo la nostra Penisola, specialmente lungo i tratturi, troviamo diversi riferimenti di questo tipo. L’Uomo da sempre ha motivato la necessità di sopravvivenza, di ricerca di nutrimento e garanzia di vita per il bestiame, in tre tipologie organizzative dei propri gruppi di appartenenza: stanziale, nomade o semi-nomade. Queste tre scelte hanno disegnato linee etnografiche ben precise, nella costituzione dei primi nuclei umani organizzati in gruppi demologici distribuiti in aree geografiche diverse.

La pratica della transumanza nella storia dell’Uomo

Siamo dinanzi a una sorta di vera e propria “migrazione antropologica rituale”. La transumanza nelle aree dell’entroterra in Abruzzo, Molise, Lazio e Puglia, interessava migliaia di capi in termini di “patrimonio materiale” in spostamento. Allo stesso tempo, il transumante migrando a piedi e con le mandrie, stagione dopo stagione, anno dopo anno, distanza dopo distanza, riusciva a creare un vero e proprio “mondo intangibile”. In questo mondo a parte, il pastore è il primo attore. Lungo i tratturi, si fa veicolo e assume un ruolo identificante per i popoli, le culture, “i linguaggi” dei territori attraversati e l’etimologia idiomatica.

Transumanza Patrimonio Immateriale dell’Umanità

I pastori e la loro presenza nei luoghi dei tratturi, fecero convergere in quella “immateriale ricchezza” di gesti, segni, abitudini, espressività lessicale, cadenze sessuali, significazione di nascite e di concepimento, matrimoni, fidanzamenti, risse, modi di dire, linguaggio non verbale: l’intero patrimonio demo-etno-antropologico di cui erano preziosi depositari. Una curiosità: nella comunicazione non verbale, anch’essa patrimonio immateriale, alcuni gesti significavano cose ben precise. Il disappunto trovava espressione nel girarsi la “coppola”. Più precisamente, questo concetto ci è stato tramandato in dialetto celanese con la frase “girasse la coppola, ‘nnaz de rete”. Un’altra modalità espressiva la mettevano in atto i pastori giovani, durante il saluto, quando al cospetto del più anziano del gruppo, solevano abbassare gli occhi al suolo.

Il tempo e l’esistenza scanditi dagli spostamenti: pastori uomini moderni

La transumanza era il momento più atteso e importante per la sopravvivenza del bestiame e di conseguenza dei pastori. Come rivoli di un grande fiume umano, nella cruda realtà fatta di animali e uomini, di uomini e di donne capaci di attendere, di uomini e di altre donne capaci di restare sole con nuove proli, possiamo pensare alla società pastorale transumante non più come ad un arcaico retaggio di questo millennio, ma come linfa di conoscenza di dinamiche peculiari e singolari, lontano dall’immagine del pastore “padre padrone”, che siamo abituati a vedere nei film. La società agro-pastorale tratturale era davvero un concetto avanzato di modernità.

Antropologia e riconoscimento Unesco

È attraverso questa chiave di lettura, includendo l’assetto antropologico, etnografico e demologico dei “patrimoni intangibili”, che l’Unesco nel 2019 ha voluto sancire la transumanza quale Patrimonio Immateriale dell’Umanità. Sono tematiche dal fascino indubbio ma anche profondamente eclettiche da zona a zona e che comportano una osservazione impegnativa di anni. Senza dubbio, sapere che finalmente anche la transumanza è stata valorizzata in tal senso, è motivo di alto interesse culturale, didattico e turistico.

Organizzazione e economia pastorale

L’organizzazione dell’economia pastorale era praticamente perfetta. Prezzi, stazzi, reti, fiscelle, confini del pascolo, guardia del gregge in gruppo e a turno, erano una prima necessaria base per percorrere i tratturi. La gerarchia dei pastori era severamente tenuta in piedi da un equilibrio di reciprocità e di riconoscenza verso l’altro, che viaggiava con le stesse speranze, difficoltà, e con vere e proprie “affiliazioni” parentali e non, sulle quali si faceva perno, anche per compiere scelte di vera e propria “iniziazione”. Erano prove perlopiù durissime. Si doveva imprimere il coraggio ai nuovi pastori, quasi sempre giovanissimi, quando non bambini. Arrivare in terra di tratturo era lasciare totalmente la propria terra e marcare nuovi territori. Allo stesso tempo quel che avveniva dentro al gruppo pastorale richiedeva nella messa in pratica dei codici interni, una profonda dedizione e una devozione totale. In sostanza, siamo di fronte ad un sistema matematicamente ineccepibile. Dove niente è mai stato lasciato al caso.

Pastori: consuetudini e memoria

Quello che davvero era e resta affascinante dei pastori d’Abruzzo è quell’immenso patrimonio mai detto e che soltanto alcuni di loro hanno tramandato, che si nasconde bene tra le pieghe della lana tosata, nell’odore dello sterco misto alla terra.
Piccoli santini di carta, posti lungo il tratturo legati ai tronchi o lasciati dentro ripari occasionali, erano un riferimento diretto a segnare il cammino per chi sarebbe arrivato dopo.

La prova

Bambini o adolescenti venivano lasciati al buio e incitati a “prendersi la pecora dalla bocca del lupo”. In realtà era un modo per dire loro di superare la paura di essere da soli di notte, dinanzi all’ignoto di montagne impervie. Isolamento fisico, altitudine degli stazzi, battesimo contro la paura, punizioni e difesa dello spazio della prova, conoscenza mnemonica del cane.

Dal libro “Abruzzo Dentro”:

Devi sapere che quando mi lasciarono per la prima volta col gregge in cima a Macerola io non avevo più di 9 anni. Ogni giovane arrivato nel gruppo doveva sapere che lo aspettava la prova. Era necessaria per guadagnarsi lì in montagna il rispetto degli altri pastori e quello dei cani e quello dei lupi. Potevano essere prove di notte e dovevi stare fuori dalla capanna, dovevi sempre restare fermo, anche quando sentivi i lupi ululare vicino. Anche se sapevi che erano tutte cose che inventavano i pastori vecchi tu dovevi comunque ubbidire. Ti dicevano persino di andargli a comprare le sigarette urlandoti il nome dello spaccio. Ma era tutto inventato! Senza la prova non diventavi un vero pastore. Eppure lo sapevi che non esisteva nessun lupo ma avevi paura ad avanzare nel buio e non potevi tornare indietro, fino a quando qualcuno di loro faceva un fischio in un certo modo: quello era il segnale che ti dava il permesso di tornare finalmente alla capanna. Io mi salvavo sempre recitando la cantilena del cane.

Il misterioso legame tra cane, gregge e pastore

Il cane non deve mostrarsi mai troppo, non deve dondolare quando cammina, si mimetizza e viene mimetizzato. Una descrizione minuziosa dei cani e del linguaggio con i pastori si trova nelle cantilene che gli iniziati ricordavano a memoria al buio.

Camminando anche fra i sassi, oggetti, ostacoli, il cane non deve inciampare. Ripetevo dentro di me. Se scivola, se casca, se rotola deve essere rapidissimo a rialzarsi in piedi e tornare in marcia. Quando ha dubbi deve stare ben piantato sul terreno e deve alzare il muso e annusare l’aria. Se è stanco o preso dal caldo non deve gettarsi a terra a corpo morto. Tutt’al più si può sedere sulle zampe posteriori ma mantenere la testa eretta.

Se il cane è solo, quando sente il lupo arretra, ma non sempre. Il cane bianco non ha paura di affrontarlo. Il lupo ha una maggiore apertura delle mascelle ma il cane lo supera nel saltargli addosso e nell’addentarlo sopra il collo ed altre volte lo prende alle zampe per togliergli la capacità di slancio.

 

Pastori, tratturi e transumanza: è il momento di tornare a studiare sui libri

Da una riflessione antropologico-comparativa tra quel tratturo originale e i cammini tratturali che oggi in molti vorrebbero riscoprire tramite attività turistico-esperenziali, è chiaro che riprodurre la magia della vita dei pastori e quell’immenso bagaglio culturale che rappresentano, non è possibile. Trovo che non sempre la “Memoria Orale” sia rispettata ed il fatto di rivisitarla e reinterpretarla sia una scelta senza dubbio rischiosa, forse adatta a pochi veri esperti. La Memoria alla base della Storia delle Tradizioni Popolari va gestita dalla competenza e non da attività amatoriali localistiche. Credo ci sia sete di cose autentiche e di Patrimoni estinti. I ragazzi devono innanzitutto studiare. E farlo sui libri. Solo anni di studio approfondito possono veicolare nuove generazioni alla comprensione del concetto di Patrimonio dell’Umanità.

La “Cultura delle Radici” non può ridursi a un passatempo pensionistico e non passa in percorsi sensoriali commerciali o ancor peggio in tentativi di recuperare maldestramente anni di studio specialistico mai compiuto. Nasce nei progetti didattici sui banchi di scuola, si forgia negli studi accademici, si avvale di impegno e studio specialistico indefesso, per poi essere valorizzata negli anni attraverso un metodo scientifico che solo i ricercatori autentici possiedono.

Allo studio didattico possibilmente andrebbe aggiunta una formazione parallela dinamica. Che veda i docenti e i responsabili della formazione nella Pubblica Istruzione formati e dunque in grado di destare interesse attivo e partecipativo. Una voce a parte merita il turismo culturale: sarebbe interessante intercettare nella “Cultura delle Radici” un motivo trainante che porti crescita e sviluppo nei territori interessati da fenomeni come la transumanza.

 

Immagini da “Abruzzo Dentro” della Mostra “I Nostri Vecchi” – Dpt, Studi Storico Religiosi Università La Sapienza – Roma