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Paradisi terrestri che nascondono rifiuti e tumori che uccidono nell’indifferenza, questa sera documentario all’Arena Mazzini

 

Avezzano. Appuntamento questa sera all’area Mazzini di Avezzano con il documentario “Il fiore in bocca”, di Andrea Settembrini e Valeria Civardi. La proiezione che fa parte del calendario di Cinema e Ambiente è in agenda alle 21.30.

 

 

Titolo originale IL FIORE IN BOCCA
Titolo internazionale THE FLOWER IN HIS MOUTH
Durata 52’ 00’’
Genere DOCUMENTARIO
Paese di produzione ITALIA
Anno di produzione 2021
Lingua ITALIANO
Prodotto da DANIELE SEGRE e DANIELE DE CICCO per REDIBIS FILM
Co-prodotto da BROGA DOITE FILM
Scritto e diretto da ANDREA SETTEMBRINI, VALERIA CIVARDI
Con GUSTAVO D’AVERSA, WALTER PRETE, TOTÒ SERGI, NICK GRAY, MAGGIE GRAY,
SABRINA SERGI, VALENTINO PIZZOLANTE, VITO LISI, GIUSEPPE CALABRESE
Fotografia ANDREA SETTEMBRINI, VALERIA CIVARDI
Montaggio VALERIA CIVARDI
Organizzazione ANDREA SETTEMBRINI, SARA INÉS HERNANDEZ
Fonico di presa diretta NICOLA GALLI
Montaggio e missaggio del suono EMILIANO GHERLANZ

 

 

 

 

SINOSSI


Il Salento, per la sua invidiabile bellezza da cartolina, è una delle regioni del Sud Italia più frequentate dai turisti di tutto
il mondo. Ma tra le radici dei suoi ulivi, nel sottosuolo, nasconde un invisibile segreto. Sono 270 i siti dove dagli anni Ottanta sono stati sepolti rifiuti di ogni genere, nella totale indifferenza. Col passare del tempo, il tasso d’incidenza tumorale è diventato uno dei più alti d’Italia, tra i più alti d’Europa. “Il fiore in bocca” è un racconto corale, costellato di personaggi a tratti grotteschi, che osserva un paesaggio umano complesso, annodato in indistricabili contraddizioni.

Da un lato la volontà di denunciare per liberarsi da questo male, dall’altro la forza di un silenzio alimentato dalla paura di perdere la più cospicua fonte di ricchezza: il turismo. In una terra che non lascia scelta, qual è il modo giusto di sopravvivere?

 

APPROFONDIMENTO REGISTICO


L’idea de “Il fiore in bocca” ha radici molto lontane. La scintilla si accende nel 2015, quando camminando sull’asfalto di
via Petrose, la strada di casa, nel mio paese di Gagliano del Capo (LE), faccio per la prima volta caso a un singolare dato: in quasi ogni abitazione si nasconde, come fosse un peccato, o una vergogna, una persona affetta da tumore. Mi interrogo per giorni su quali possano essere le cause di un così elevato tasso di incidenza. I giorni diventano mesi, e le ricerche si incanalano negli archivi della LILT e dell’ARPA. Il confronto con le statistiche, fredde e impassibili, è spietato, ma dove si nasconde il problema in un luogo così bello e incontaminato? Tra le varie ipotesi esplorate, la più accreditata è insospettabile: la provincia di Lecce sembra avere circa 270 siti d’interramento mai bonificati. Alcuni sono grandi cave censite, altre non, alcuni semplicemente buchi nel terreno che hanno inghiottito di tutto, un tempo fonte di guadagno, per chi non aveva nulla o chi voleva ancora di più.
L’esigenza è quella di documentare la complessità umana, e l’interna contraddizione di un Salento il più delle volte
venduto come un paradiso terrestre, ma che nasconde nel sottosuolo un male che ha mutato negli anni la vita di chi lo abita. Migliaia di vite avvolte da un irreale silenzio, dettato dalla paura dell’isolamento.

Un documentario fatto di persone che ogni giorno camminano tra le strade dei propri paesi, che li abitano, in cui chi è spettatore possa empaticamente riconoscersi. Uomini e donne che a loro modo lottano per il cambiamento, che passa in primis da un interessamento collettivo. Protagonisti che il più delle volte si rivelano sconfitti, anche nell’apparente vittoria, leitmotiv di un territorio che non si interroga sul proprio futuro.
Durante il percorso di studi la vicenda territoriale incontra la pièce teatrale “L’uomo dal fiore in bocca” di Pirandello,
che rappresenta in modo allegorico i tema ai quali si vuole fare riferimento nel film. L’atto unico, se dal punto di vista testuale tratta il tema della malattia che conduce lentamente alla morte, da quello metatestuale dà anche il modo per rappresentare la messa in scena che il territorio vive, nel passaggio da una stagione all’altra. Mentre durante l’estate i problemi vengono seppelliti sotto una bella maschera, quando l’inverno incombe riemergono irrisolti dietro il cerone. Il film si rivela pian piano, scena dopo scena nell’approfondimento della conoscenza dei personaggi. Fin da subito capiamo che il racconto ha la sua forza nelle molteplicità di voci e non in un racconto solista, è così che ci concentriamo su un film corale, che segua un impianto non fiction piuttosto che un impianto narrativo classico.

La camera sempre fissa è una scelta dettata dall’immobilità di un panorama che sembra incastrato nel tempo e non ha alcuna voglia di cambiare. L’unico mutamento è quello estivo, ma è una variazione di ritmo non una metamorfosi ontologica, che stravolge la natura intrinseca del luogo. Da qui la scelta di lavorare sulla velocità del montaggio senza mai rinunciare alla fissità dei quadri, sempre geometricamente e formalmente curati, quasi a sottolineare una compostezza a tratti irritante, che induca a pensare a una costruzione fittizia. Nel film a parlare non sono solo i personaggi, ma anche i luoghi che per necessità si trasformano, indipendentemente dalla nostra volontà. L’arco di narrazione necessario per rappresentare questa realtà è quello che va dalla fine di un’estate all’inizio della successiva. Il frangente di tempo necessario perché si allestisca un nuovo grande spettacolo.

Il film in quanto documentario si lascia trasportare dagli eventi e dalle persone, riprendendo anche attimi di quotidianità, che facciano sempre ricordare a chi lo guarda l’umanità dei personaggi scelti, i quali non sono solamente protagonisti di una lotta, ma anche uomini con le loro difficoltà giornaliere. “Il fiore in bocca” ha l’obiettivo di invitare chi lo guarda a una riflessione sul proprio futuro, sulla sostenibilità di un territorio, sulla domanda “qual è il modo giusto per sopravvivere?”. Ma, anche, far vedere il lato nascosto della medaglia e accendere i riflettori su una parte di Salento che troppo spesso è lasciata a se stessa.

 

BIOGRAFIE AUTORI

Valeria Civardi nasce a Imperia nel 1993, si laurea all’Accademia di Belle Arti in Nuove Tecnologie dell’arte. Si diploma nel 2018 in Regia, Sceneggiatura e Produzione presso la Scuola Holden di Torino. Realizza come regista e montatrice i cortometraggi “The other side”, “One meter closer” (in prima visione su Rai5) e “The triumph of grace”. Con il documentario “Sindrome acetica” è tra i finalisti del Premio Cesare Zavattini 19/20.

Andrea Settembrini nasce a Gagliano del Capo (LE) nel 1991. Lavora come autore e filmmaker per musica e pubblicità con il collettivo Broga’s. Nel 2018 co-fonda Broga Doite Film, con la quale produce e dirige documentari e cortometraggi di finzione. Scrive e co-dirige il documentario “Anche gli uomini hanno fame”, vincitore del Premio Zavattini e in anteprima a IDFA 2019, selezionato successivamente in vari festival nazionali e internazionali (MakeDox, Minsk International Film Festival Listapad, MedFilm Festival, Festival del Cinema Europeo Lecce).