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Manovra anticrisi, in Marsica tutti i sette comuni sotto i mille abitanti potrebbero essere salvi

Avezzano. Sono sette i comuni marsicani che rischiano l’abolizione di consigli e giunte. La manovra anticrisi riguarda infatti i paesi sotto i mille abitanti e in particolare Bisegna (286 residenti), Cappadocia (535), Ortona dei Marsi (654), Pereto (760), Rocca Di Botte (910), Villavallelonga (931), Collarmele (971). Sembrerebbero salvi invece, se al 31 ottobre gli abitanti non cambieranno, per sedici residenti il primo e per una sessantina il secondo, Civita d’Antino (1.016) e Canistro (1.060). Se la Manovrà passerà così com’è i comuni non scompariranno comunque. non ci saranno più solo la giunta e il consiglio comunale. Il sindaco, invece, resterà. Tutte le funzioni amministrative e i servizi saranno gestiti dall’unione municipale che dovrà avere almeno cinquemila abitanti. Le decisioni saranno prese dall’Assemblea municipale, composta dai sindaci dei comuni “under 1.000” e capeggiata da una sorta di “supersindaco”. Secondo la legge, però, questi comuni devono essere tutti confinanti e appartenenti alla stessa provincia. Non potranno entrare a far parte dell’Unione municipale i comuni con popolazione superiore ai 1.000 abitanti. Per quanto riguarda la Marsica, se così dovessero restare le cose, non ci sono comuni confinanti sotto i 1.000 abitanti in grado di raggiungere i 5.000 residenti. E’ vero che la Regione potrebbe abbassare la soglia, ma il risultato non sarebbe comunque praticabile visto che non ci sono piccoli comuni confinanti. A quel punto, secondo quanto riportato nell’articolo 16 della finanziaria, l’unico effetto sarebbe per i sette Comuni marsicani la riduzione dei consiglieri a cinque e degli assessori a due, quello che sarà previsto per i comuni fino a 3.000 abitanti. Il provvedimento ha comunque suscitato le proteste dei Comuni, soprattutto di quelli che si riconoscono una profonda identità economica e sociale. Collarmele, comune nella valle del Giovenco con 971 abitanti, conosciuto per essere uno dei paesi italiani più ricco di energia rinnovabile, non ci sta e mette sul tavolo della discussione la propria autonomia finanziaria. “Collarmele”, sottolinea il primo cittadino, Dario De Luca, “ha entrate autonome che superano la meta’ del bilancio e pari al trasferimento dello Stato. E’ paradossale”, aggiunge, “ipotizzare una fusione che costringerebbe il Comune a portare altrove una dote economica che non potra’ piu’ utilizzare per il proprio territorio. Siamo d’accordo all’unione dei servizi, ma per il resto sarebbe una scelta illogica”. Il sindaco poi parla di una disomogeneita’ culturale e territoriale. “Non si puo’ non tener conto dell’identita’ culturale ed economica di un intero territorio. Bisogna pensare a citta’-territorio, in cui una realta’ viene individuata per caratteristiche ambientali e storiche omogenee, per dare vita a un’aggregazione vera, a una fusione reale. Invece cosi’ sembra che un comune piu’ grande assorba l’altro piu’ piccolo rischiando di trasformarlo in una periferia con cui non si identifica. Quello piu’ grande comincera’ a trattare il Comune assorbito come una periferia, una frazione, quasi un peso”.