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L’area faunistica di Lecce dei Marsi affidata ai cacciatori, tuona il Wwf: il problema è l’approccio

Lecce nei Marsi. Il cervo (Cervus elaphus hippelaphus) per il Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise è un importante rappresentante della fauna selvatica nonché la dimostrazione vivente di un successo conservazionistico: è stato proprio il Parco, nei primi anni ’70 del secolo scorso, a curarne la reintroduzione nel proprio territorio nel quale si era estinto anche, diciamolo, a causa di un intenso bracconaggio. Già perché per i cacciatori, o almeno per molti tra loro il cervo è invece selvaggina. Lo dimostra il fatto che il mondo venatorio abruzzese in più occasioni, ha espresso la volontà di renderlo cacciabile, al pari di altre specie di ungulati. Volontà che fino ad oggi non si è tramutata in realtà solo grazie all’impegno del mondo ambientalista che si è sempre opposto

Fatta questa premessa appare abbastanza sconcertante la notizia, di pochi giorni fa, dell’accordo firmato dall’amministrazione comunale di Lecce dei Marsi insieme al Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, per concedere la gestione dell’area faunistica del Cervo alla sezione locale di cacciatori.

Fermo restando che l’area faunistica è collocata nel perimetro della ZPE dell’area protetta e che l’accordo comporterà uno sgravio di investimento di risorse da parte del Parco, sia dal punto di vista economico sia per le ore lavorative del personale, la collaborazione con il mondo venatorio nella gestione di strutture faunistiche del Parco solleva non poche perplessità.

Siamo consapevoli che l’Ente pubblico debba mantenere aperto il dialogo con tutti gli attori del territorio e considerare ogni realtà presente nei comuni del Parco. In tal senso i cacciatori locali possono anche rivestire un ruolo di interlocutori, soprattutto per quanto attiene le modalità di istituzione e di governo delle aree contigue che attendono di vedere attivata una reale gestione. Questo non toglie che condividere la responsabilità di strutture che ospitano specie faunistiche è tutt’altra questione. Per dirigere azioni, attività e strutture in modo congiunto, bisogna avere perlomeno, gli stessi obiettivi e le stesse visioni. Non si può far finta di non sapere che molti tra i cacciatori abruzzesi al Cervo sparerebbero volentieri. Al di là, quindi, delle questioni pratiche di gestione, il dubbio è nell’impostazione stessa del provvedimento: si va ad affidare la cura di animali a chi, se ne avesse la possibilità, li renderebbe oggetto di abbattimento per semplice divertimento.

La speranza è che prendersi cura dei cervi induca almeno qualche cacciatore ad abbandonare il fucile e a convertirsi a un sano ambientalismo. In attesa di tali auspicati ripensamenti, la questione merita tuttavia una attenta riflessione. Le aree faunistiche necessitano sicuramente di una revisione e di un ripensamento generale sulla loro reale funzione, vanno indubbiamente adeguate e aggiornate rispetto alla situazione odierna di presenza delle specie in natura e di modalità di presentazione al pubblico. Nel frattempo, però, a chi le visita, si propone comunque un messaggio educativo e di conoscenza, che deve essere quanto più possibile chiaro e rappresentativo dell’area protetta. Un messaggio che non deve diventare un cavallo di Troia per cominciare a diffondere tra i cittadini e i turisti una visione sbagliata e pro-abbattimenti del ruolo dei grandi ungulati sulle montagne d’Abruzzo.

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