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La proposta: dedicare una sala del Palazzo ducale all’illustre “turista” tagliacozzano Federico Zeri

Un’occasione anche per far rinascere il prestigioso premio di poesia cittadino

Il 21 agosto 2022 si celebreranno i 101 anni dalla nascita di Federico Zeri, uno dei più grandi storici dell’arte. Egli trascorse, dal 1926 al 1940, per 15 anni, la villeggiatura a Tagliacozzo; anni fondamentali per la sua formazione e per allenare il suo straordinario occhio di studioso, «imparando una quantità enorme di cose» (così dice Zeri, ripreso in Piazza dell’Obelisco, in un documentario Rai in cui racconta sé stesso; piazza da lui definita «splendida» nell’articolo intitolato Un Guercino allo spiedo per «La Stampa», mercoledì 22 gennaio 1992, p. 17).

L’occasione della pubblicazione di un articolo del filologo e storico Luciano Canfora (Un carteggio prezioso, «Corriere della Sera», sabato 6 agosto 2022, p. 32), incentrato sul carteggio tra i sommi storici dell’arte Roberto Longhi e Federico Zeri, pubblicato recentemente (2021) da Silvana Editoriale a cura di Mauro Natale dal titolo Lettere (1946-1965), ci spinge a rinnovare l’appello per l’intitolazione di una strada o di una piazza  – nel quadro di un auspicabile rinnovato piano toponomastico della città di Tagliacozzo –  a Federico Zeri (1921-1998).

Già nel 2020 facevo questa dichiarazione –  ragionare di politica significa occuparsi della polis e custodirne la memoria – ripresa da diverse testate giornalistiche: «Sarebbe importante e significativo per Tagliacozzo rendere onore a questo suo illustre turista con un segno destinato a rimanere nel tempo e a conservare la memoria del legame con la nostra città».

Si leghi, allora, il nome di Zeri a Tagliacozzo, in particolare a Palazzo Ducale, proprio in occasione dei lavori di manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo, magari dedicandogli uno spazio esterno all’edificio o una sala.

Scrive Paola Nardecchia: «Il Palazzo, già comitale degli Orsini e poi ducale dei Colonna, i quali ultimi dominarono con continuità a Tagliacozzo (prov. L’Aquila) dalla fine del Quattrocento agli inizi dell’Ottocento, è la più qualificata evidenza dell’edilizia storica locale, che da anni attende un’adeguata ed ormai improrogabile valorizzazione. Esso fu eretto e trasformato più volte tra XIV e XX secolo, slittando in eredità per linea femminile al ramo Barberini-Colonna e da questo ai Corsini fino alla metà del Novecento. Dal 1974 è proprietà della Regione Abruzzo ed è stato affidato dal 2011 in comodato d’uso all’Amministrazione comunale della cittadina (Paola Nardecchia, Un arsenale di primo Ottocento nel Palazzo ducale di Tagliacozzo, «il foglio di lumen», dicembre 2020, p. 17)». Tale bene culturale deve essere ancora pienamente fruito dai cittadini. La Regione Abruzzo interruppe gli interventi di restauro nel 2007; proprio nel corso di tali lavori si sono registrati il trafugamento del camino in pietra della Sala del Trono Ducale e quello del soffitto ligneo della Cappella.

Federico Zeri scrisse in diverse occasioni, anche sul quotidiano «La Stampa» (gli articoli si possono consultare in Rete accedendo all’archivio storico del quotidiano), di Tagliacozzo, «un piccolo centro – annota lo storico dell’arte – che seguo da decenni, da quando ero ragazzo, e che si trova tra la Soprintedenza dell’Aquila e quella di Roma» (Federico Zeri, Tesori d’Italia l’agonia dell’arte nascosta, «La Stampa», giovedì 19 dicembre 1996, anno 130 numero 348, p. 19). Tra gli edifici della città, «la catastrofe più grave è toccata al massimo monumento di Tagliacozzo, il Palazzo Ducale, che fu degli Orsini, dei Colonna poi dei Corsini […]. Verso il 1940 passò di proprietà della G.I.L. (o di altra organizzazione analoga) e l’interno venne ristrutturato con uno scalone di cemento. Sparirono tutti i quadri (che provenivano dalla Galleria Barberini di Roma): uno, della scuola di Tiziano, l’ho ritrovato nella Bob Jones University a Greenville, nel South Carolina. Lo splendido salone al pian terreno (che era in origine la sala di guardia) aveva le pareti coperte di affreschi del secolo XV, con Cavalieri armati: è stato tutto spicconato e imbiancato, e il solo ricordo è una fotografia che ho nel mio archivio, riprodotta nella Storia dell’arte italiana dell’editore Einaudi. Il disastro è continuato di recente. È famosa, al piano nobile, la piccola cappella con affreschi e per il loggiato con figure di Uomini illustri dell’antichità. In un restauro, che non finisce mai, alcuni pezzi della cappella sono stati staccati dal muro e si trovano a Celano, assieme agli Uomini illustri, anch’essi distaccati. Ma il loggiato è ora manomesso da una grande e costosa vetrata, che chiude il lato aperto, e che impedirebbe agli Uomini illustri di tornare al loro posto (oltre ad alterare il microclima dell’ambiente, con grave pregiudizio del bellissimo soffitto ligneo). Sino a quando durerà questo restauro? Oggi – conclude Zeri – si sente dire che i Beni Culturali andrebbero affidati alle Regioni: sarebbe un disastro totale. L’attuale amministrazione è basata su un impianto perfetto: basterebbe rispettare le leggi, pagare meglio i funzionari, munire gli uffici di mezzi idonei, affidare le mostre al ministero e non alle soprintendenze. Lasciare i nostri tesori alle Regioni, alle Province o ai Comuni darebbe il via a nuovi carrozzoni, a nuovi sprechi di denaro, all’affossamento di quella che è la nostra, vera Cultura» (ibidem).

A Tagliacozzo è dedicato il fondamentale saggio della professoressa Orietta Rossi Pinelli all’interno proprio del volume Storia dell’arte italiana, Inchieste sui centri minori, VIII, Einaudi, Torino, 1980, pp. 313-338. Rimando dunque il lettore al saggio di quest’ottima studiosa, ricordando che ella giustamente invoca, in tale scritto, l’azione delle istituzioni competenti affinché recuperino le superfici dipinte del primo piano del Palazzo, «poiché si tratta di affreschi di grande pregio» (Orietta Rossi Pinelli, “Tagliacozzo”, in Storia dell’arte italiana, op. cit., p. 327). Così come necessaria è la lettura delle pagine 38-48 dedicate al Palazzo Ducale dal nostro professor Fernando Pasqualone nel suo volume intitolato Tagliacozzo Guida Storico-Artistica, Libreria «Vincenzo Grossi», 1996, e del suo volume monografico del 2019, per le edizioni Lumen, dal titolo Il Palazzo Ducale di Tagliacozzo (pp. 112).

Arriviamo alle proposte concrete sul Palazzo Ducale. Una volta ultimato il restauro del Palazzo, l’affresco della Crocifissione, ora a Celano, dovrebbe tornare a Tagliacozzo, come gli affreschi degli Uomini illustri. Il Palazzo Ducale ospiti quindi l’istituendo Museo Civico e serie di mostre d’arte contemporanea, già avviate. Nelle altre sale, già restaurate, potrebbero trovare ospitalità i corsi musicali di perfezionamento estivi, in collaborazione con le associazioni culturali (in primis «Gli Amici del Festival») per un grande piano musicale di rinascita culturale e di rilancio del turismo. Corsi di una settimana, con concerti finali. Tale iniziativa rappresenterebbe anche un aiuto per alberghi, ristoranti, bar e per tutto l’indotto economico.

Palazzo Ducale è – a opinione di chi scrive – perfetto anche come sede per un Corso di laurea in Scienze del turismo, in linea di ideale possibile prosecuzione degli studi per gli alunni dell’Istituto Tecnico per il Turismo. Se questa cosa, nei tempi attuali che viviamo, non è più praticabile, si ospitino, almeno, master universitari.

Una cooperativa sociale potrebbe occuparsi della custodia, dell’accoglienza, delle biglietterie, dei bookshop.

L’edificio monumentale potrebbe ospitare il ricostituendo Premio Nazionale di Poesia e Critica «Città di Tagliacozzo», che, nato nel lontano 1974 per iniziativa del compianto Memmo Pinori, diede lustro al nostro borgo fino al 1990 (immagini del premio si possono vedere all’interno de Il paese della roccia tagliata, un documentario con la sceneggiatura di Angelo Moscariello e il commento di Angelo Paoluzi, visibile su YouTube con il titolo Il borgo di Tagliacozzo. Un documentario storico), per poi essere ripreso solo nel dicembre del 2010, con l’allora sindaco Dino Rossi e l’assessore alla Cultura Domenico Amicucci.

In un articolo del 4 gennaio 2011, dedicato alla rinascita del premio per «L’Osservatore Romano», Angelo Paoluzi scrive: «il significato della ripresa del premio […] sta principalmente nel credere che la cultura, in questo caso letteraria, conferisca un valore allo stare assieme, si presenti come una struttura portante dell’identità di una comunità» (Angelo Paoluzi, Quando Paratore tornò al liceo, http://vatican.va).

Rimando per un’attenta disamina del significato e dell’autorevolezza delle varie edizioni alla lettura dell’agile e densa pubblicazione a cura di Pierluigi Natalia e Angelo Paoluzi dal titolo Poesia e risorgenza (Tipografia Vaticana – Ed. L’Osservatore Romano), contenente due scritti degli autori appena citati, i curricula dei componenti della commissione giudicatrice dell’edizione del 2010, presieduta da Rino Caputo, e l’elenco dei premiati delle precedenti edizioni rispetto a quest’ultima. I vincitori del Premio, lungo gli anni, sono nomi di prima sfera: si va  – per la sezione poesia –, tra gli altri, da Elio Filippo Accrocca (1974) ad Attilio Bertolucci (1990), passando per David Maria Turoldo (1976), Gesualdo Bufalino (1982), Margherita Guidacci (1983), Giovanni Giudici (1986), Andrea Zanzotto (1988) e Mario Luzi (1989); per la sezione critica, spiccano i nomi di Giorgio Petrocchi (1974), Giuliano Manacorda (1980), il già ricordato Mario Luzi (1984), Giorgio Bàrberi Squarotti (1987).

Il Premio – come detto – rinasceva nel 2010, per poi non essere più ripreso negli anni a venire. Vincitori dell’ultima edizione sono stati: Elio Pecora, per la sezione poesia con premio dedicato a Pinori; Gabriele Pedullà, per la sezione critica letteraria con premio dedicato ad Alberto Frattini, presidente di giuria per diciassette edizioni (1974-1990); Mario D’Arcangelo per la sezione poesia abruzzese.

Sarebbe bello e giusto far rinascere nuovamente il premio, che fu vanto culturale della nostra amata Tagliacozzo, magari intitolandolo all’illustre concittadina poetessa arcadica Petronilla Paolini Massimi, proprio all’interno di Palazzo Ducale, cuore pulsante della città, in nome dell’arte.