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Il campo di concentramento di Avezzano torna dal passato: grazie ad alcune foto esclusive scopriamo com’era la vita di prigionieri e ufficiali un secolo fa

Avezzano. Come abbiamo già raccontato in un articolo che all’epoca ebbe un enorme successo, il quartiere di Avezzano che tutti noi oggi conosciamo come “concentramento”, prende il suo nome da un campo di concentramento costruito durante la prima guerra mondiale, nato per ospitare i militari austro-ungarici (per approfondire clicca qui).

Già in quell’occasione pubblicammo una ben nutrita galleria fotografica del campo, ma le foto ritraevano prevalentemente le strutture esterne del campo, come le baracche, le mura e i recinti, tralasciando quasi del tutto l’aspetto umano del campo di concentramento, ovvero i prigionieri e gli ufficiali. Oggi, grazie a queste nuove ed esclusive fotografie, possiamo immaginare come doveva essere la vita di tutti i giorni all’interno del PG091, dentro le 192 baracche dell’enorme campo di concentramento di Avezzano, che durante la prima guerra mondiale arrivò ad ospitare fino a 15.000 prigionieri. 

Nella foto qui sopra, datata 26 maggio 1918, si può vedere una scena ordinaria di vita in cucina. Alcuni militari sono affaccendati intorno a una cucina costruita con dei mattoni, dentro cui bollono delle enormi pentole. Tra le nuvole di vapore si possono notare alcuni soldati con in mano dei mestoli, da cui assaggiano la minestra, e alcuni secchi di metallo fumanti. Altri invece fissano le pentole e aspettano, con evidente impazienza, che il cibo sia pronto. Nella parte bassa si possono notare i pezzi di legna che i cucinieri dell’esercito utilizzavano per alimentare il fuoco sotto le pentole, mentre su un lato c’è una pala, che sicuramente doveva servire a rimuovere la cenere.

Nella seconda foto c’è la distribuzione del rancio ai prigionieri, con gli stessi mestoli e pentole che abbiamo già visto prima. I prigionieri aspettano in fila il proprio turno, con la gavetta in mano, mentre alcuni soldati distribuiscono le porzioni e altri supervisionano il tutto.

In quest’altra foto, invece, ai prigionieri viene distribuita la biancheria pulita, che probabilmente veniva lavata in qualche locale all’interno del campo di concentramento. I prigionieri, di diversa nazionalità, portano con loro tutti i loro averi, dagli stivali agli strumenti per mangiare, come gavetta e bicchieri di metallo.

Qui è possibile invece vedere gli ufficiali durante un momento di svago, vicino alla fontana del campo di concentramento. Ricordiamo che per rifornire d’acqua l’intero campo vennero costruiti tre serbatoi, le celebri “tre conche” visibili ancora oggi nella zona nord della pineta, che tramite dodici chilometri di condutture portavano l’acqua in quasi ogni struttura del campo.

In questa foto si possono notare alcuni prigionieri inginocchiati in preghiera, all’interno di una baracca adibita a cappella del campo di concentramento. L’interno della costruzione è misero e anche i simboli religiosi sono ridotti davvero all’essenziale: un crocefisso e un piccolo altare, adornato solo da un lenzuolo bianco e qualche fiore.

In quest’ultima rappresentazione, probabilmente un disegno, si può notare il campo di concentramento visto dall’alto, come se fosse stato inquadrato da un drone. Si possono notare le baracche suddivise in quattro settori, tutte con un largo piazzale al centro, che si estendevano su una superficie di oltre 30 ettari. Sulle quattro porte, sistemate ai cardini del quadrato, c’erano i rispettivi posti di guardia. A sud c’era l’ingresso principale del campo, dove ora si trovano i dissuasori che vietano l’ingresso alla pineta, mentre a nord si possono notare le famose tre conche. L’area perimetrale e i corridoi che separano i quattro settori sono tutti recintati da filo spinato. In basso, sul versante più a sud, si può riconoscere l’inconfondibile sagoma del Villino Cimarosa, una delle poche costruzioni sopravvissute fino ad oggi, che come si può ancora leggere sulla facciata all’epoca ospitava il genio militare.