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Il cammino del paradiso, tra fede e natura, visto dagli occhi dei protagonisti

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Avezzano. Il cammino del Paradiso è un percorso nella Marsica che, in dieci giorni, vuole unire sia fede che natura. Le tappe più importanti sono Tagliacozzo, sulla tomba di Tommaso da Celano, Castelvecchio Subequo dove si conserva una reliquia contenente il sangue delle stimmate di San Francesco, Sulmona, ai piedi di San Celestino V, fino ad arrivare al convento del Paradiso a Tocco di Casauria e all’antica Abbazia di San Clemente a Casauria.

Possiamo rivivere la prima edizione di questo affascinante cammino attraverso il racconto dei diretti interessati, ovvero don Antonio Allegritti, responsabile della pastorale giovanile della diocesi di Avezzano, Fabrizio Pietrosanti, che ha guidato i camminatori nelle tappe marsicane, Franco Salvatori, che ha curato l’accoglienza dei camminatori nel loro arrivo alla tappa di Tagliacozzo e di Laura Gottardo, una partecipante al Cammino. Di seguito tutti gli articoli e qualche foto.

I primi cristiani venivano chiamati ‘quelli della via’. Una straordinaria definizione. Che rimanda alle parole di Gesù: io sono via verità e vita. Che riporta alle strade polverose di Palestina. Quelle che portano da Gerusalemme a Gerico, ovvero quelle del Samaritano buono. Quelle in cui, irriconosciuto viandante, Gesù si fa compagno di viaggio di due smarriti discepoli. ‘Quelli della via’: un’espressione anche consolante, in un tempo in cui sembra che ‘quelli della chiesa’ siano sempre meno. Trovo affascinante, come responsabile di Pastorale Giovanile, presentare la strada come luogo proprio dell’incontro con Gesù. La strada, ove si abbandona la cattedra per assumere la prossimità, la strada ove si fatica insieme. Provocati dall’invito del papa a essere chiesa in uscita, abbiamo pensato questa estate che proprio la strada – quelle strade montuose del nostro Abruzzo – potesse essere inizio di un rinnovato annuncio, rivolto in particolare ai giovani. Perciò con entusiasmo la Pastorale Giovanile di Avezzano ha sostenuto l’iniziativa di alcuni giovani, che si sono messi in cammino. Un cammino fisico. Ma anche un cammino di fede. Di una fede forse persino non posseduta, ma ricercata o desiderata (o anche ritenuta impossibile): d’altronde, il cammino si fa con l’andare e quando si parte ancora non si sa esattamente come e dove si arriverà. La spiritualità del cammino – una spiritualità anche laica – è molto diffusa di questi tempi. Ed è un provvidenziale segno dei tempi: d’altronde tra le montagne il cuore può suggerire di pensare a Dio. Proprio tra le montagne, guardandole, un grande teologo – si trovava ad Aosta, molti secoli fa – scrive: Dio è ciò rispetto a cui nulla di più grande si può immaginare. Le vette gli avranno suscitato questa intuizione. Nelle montagne – abbastanza dolci – del nostro Abruzzo abbiamo accolto il piccolo gruppo di pellegrini (piccolo, quindi profetico), ricordando che quelle strade, in un glorioso passato, i piedi di uomini hanno tracciato cammini verso vette di santità: uno fra tutti, Celestino V. Ma anche San Francesco, che ha attraversato le nostre strade. Abbiamo cercato di ricordare, ai pellegrini di oggi, che quei cammini sono stati non solo sentieri di trekking o esercizio fisico, ma percorsi di spiritualità profonda. Negli stessi periodi in cui pellegrini, con passo penitenziale, lasciavano tutto e, senza sapere la strada, partivano, davvero precari, per grandi santuari: a Santiago, vicino Finisterrae (la fine della terra) o nella Terra che merita l’aggettivo di ’santa’. Don Antonio Allegritti

8 agosto 2020. E’ una bella mattina di agosto. Alle otto ho fissato l’appuntamento con i pellegrini; mi aspettano nella luce tersa del mattino in piazza a Cappadocia. Al mio arrivo Adriana, Simona, Giuseppe e Don Tesfay sono li ad attendermi. Laura ci raggiungerà più avanti. Il paese è immerso nel verde dei boschi circostanti; rigogliosi del loro manto estivo, ammantano i versanti dei Monti Simbruini che circondano il bellissimo borgo montano. L’aria fina è quella dei 1100 metri sul livello del mare; il calore estivo delle vallate è molto lontano da qui. I colori intensi del circondario e il blu cobalto del cielo, accolgono i nostri sguardi e manifestano la meraviglia del Creato.
Nei giorni precedenti, gli organizzatori mi hanno chiesto di essere la guida del gruppo per accompagnarli da Cappadocia a Scurcola, passando per Tagliacozzo. Ho scelto un itinerario che non presenti difficoltà, piacevole e che contestualmente permetta ai miei nuovi compagni di godere al meglio delle bellezze di questo angolo d’Abruzzo. Il gruppo che formiamo è variegato e da subito, mossi i primi passi del cammino, sembra amalgamarsi con un piacevole scambio di presentazioni. Don Tesfay viene dal Corno D’Africa. Con difficolta, in inglese, cerchiamo di rendere proficua la nostra conversazione. Mi colpisce il benevolo significato del suo nome nel suo paese natale, l’Eritrea: “Speranza”. Un nome magnifico che racchiude in se il senso profondo del “cammino” che stiamo facendo e di tutti cammini, terreni e interiori, che abbiamo la volontà e la possibilità di percorrere. Nel nostro ininterrotto dialogare, sempre più informale, scorre la dorsale orientale del monte Padiglione. Dietro ad una curva del sentiero, appare, sorprendendo il gruppo, il bel paese di Verrecchie, adagiato intorno alle sorgenti del fiume Imele, uno dei tre fiumi alimentati dal grande acquifero custodito dalle profondità carsiche dei Monti Simbruini. Gli altri due sono il Liri, che nasce da Cappadocia e scorre lungo la Valle Roveto per ingrossare, molto più avanti, il Garigliano e l’Aniene, che sgorga nei pressi di Subiaco e attraverso l’omonima valle si spinge ben più ad ovest, fino ad intercettare il Tevere. La grande riserva sotterranea è alimentata dal vasto bacino imbrifero che garantisce acqua potabile ad una grandissima moltitudine di persone. Montagne, queste, ricche di storia e di testimonianze che si perdono nelle epoche più remote, a indicare la presenza di comunità organizzate già dall’età del ferro. Montagna ricca di legname che ha fornito per secoli il prezioso combustibile alle popolazioni circostanti e, in epoche più moderne, alle due grandi città del tempo, Roma e Napoli. Legna, carbone, castagne, erbe officinali e neve, si la neve custodita nelle niviere naturali o in quelle costruite sottoterra nei paesi vicini o nelle grotte, hanno rappresentato la fonte di sostentamento e la merce di scambio delle popolazioni montane. Beni che oggi sarebbe probabilmente opportuno riconsiderare sotto una luce nuova….. Passo dopo passo, parola dopo parola, entriamo a Tagliacozzo tramite la forca equicola che separa la Civita dal Monte la Difesa. Il paese appare improvviso e stupefacente è la vista che si apre sul gruppo montuoso del Velino-Sirente, enorme baluardo roccioso che protegge a est dalle fredde correnti balcaniche. La parte medievale è arroccata sullo scosceso versante roccioso esposto al sole e la sua parte sommitale è occupata dalla bellissima chiesa della Madonna del Soccorso, edificata nel 13° secolo. Ad attenderci ci sono il prof. Franco Salvatori, il prof. Gaetano Blasetti e Don Emidio, attuale giovane parroco della comunità “sullaterana”, un ridotto e tenace gruppo di persone che continua a vivere nella parte storica del nostro bellissimo paese, inserito nell’esclusiva lista dei 100 Borghi più belli d’Italia. Ci accolgono nella chiesa di S.Pietro, per anni sede dell’opera di Don Gaetano Tatalo. Un parroco che ha lasciato un segno profondo nella comunità locale per il suo esempio di vita votata al prossimo. Egli è stato inserito dalle autorità ebraiche nella lista dei “Giusto tra i Giusti”, uomini e donne che si adoperarono negli anni bui del nazifascismo per salvaguardare la vita di coloro che le leggi razziali volevano eliminare. Un piccolo, intimo e bellissimo museo, unito alle interessantissime note storiche regalateci dai nostri ospiti, rendono ben chiaro il motivo della richiesta di Beatificazione per l’amato parroco. Proseguiamo nel paese passando per la bellissima chiesa dedicata ai S.S. Cosma e Damiano, duomo di Tagliacozzo e sede dell’immagine sacra del Volto Santo di Gesu e della bellissima chiesa medievale di S. Francesco, importante testimonianza del francescanesimo nel mondo, secondo solo alla omonima e più nota di Assisi. Riposano in essa le spoglie del Beato Tommaso da Celano, primo biografo del Santo, grazie al quale è stato possibile conoscerne il pensiero e le opere. Don Bruno ci accoglie nella sua residenza posta nelle pertinenze della centrale chiesa dell’Annunziata garantendo al gruppo un pasto ristoratore. Il cammino è ancora lungo; salutati i nostri piacevolissimi ospiti riprendiamo il cammino alla volta di Scurcola Marsicana. La quota è decisamente più bassa e la vegetazione è quella tipica dei 700-800 metri: i faggi e gli aceri hanno lasciato il posto alle querce e alla ricca vegetazione spontanea. Così facendo, quando le ombre sono ormai lunghe, arriviamo alla bella Scurcola, il cui Castello recentemente recuperato nella sua parte rimanente, domina l’abitato sottostante e la chiesa dove è custodita la preziosa madonnina lignea originariamente custodita nella ormai scomparsa chiesa della Madonna della Vittoria, Tale chiesa, di cui oggi rimangono visibili solo le basi perimetrali, fu fatta edificare da Carlo D’Angiò ai margini dei Piani Palentini, luogo in cui il 23 agosto 1268 si tenne la storica “Battaglia di Tagliacozzo”. Dalla vittoria delle armate guelfe su quelle ghibelline capitanante dallo svevo Corradino, citata da Dante nella Divinia Commedia, dipese il nuovo assetto geopolitico dell’Europa di allora; effetti, tra l’altro, riscontrabili ancora oggi. La giornata si conclude sui colori caldi del tramonto. I muscoli doloranti sono testimoni della lunga giornata. C’è ancora il tempo per cenare, per meditare sul percorso fatto e sulle tante cose ascoltate e delle emozioni provate. Domani è un altro giorno di cammino….. 9 agosto 2020 Un imprevisto mi costringe a rimanere a casa. Ho preparato il tracciato e nell’epoca dettata dal distanziamento interpersonale, il web torna anche in questo caso utile: seguirò i miei compagni da remoto, cercando di farli giungere a Celano, obiettivo del cammino odierno. Non vi sono grosse variazioni di quota ma il tragitto è lungo. Punto di interesse prioritario sarà la cittadina romanica di Alba Fucens, eretta in epoca imperiale e posta a metà strada tra Roma e il mare Adriatico. Città importantissima, eretta al centro del territorio marso, in posizione collinare, ai piedi del mastodontico monte Velino e affacciata sulle acque del lago Fucino, un immenso specchio acqua, secondo per estensione solamente al lago Maggiore; un occhio azzurro posto al centro dell’Appennino, circondato da un corollario di montagne, che sono scudo protettivo di questa gemma incastonata tra le rocce. Sulle sue sponde la storia è passata più volte percorrendo binari principali. Le aspre terre che vi si affacciano, abitate dalla notte dei tempi, ospitarono le popolazioni indomite dei Marsi, divenute le truppe scelte e le guardie personali e fidate dei potenti imperatori romani. Di questo lago, oggi scomparso dopo la ciclopica opera di prosciugamento portata a termine dal principe Torlonia a fine ottocento, rimangono poche testimonianze. Alcune nelle carte cinquecentesche depositate presso i musei vaticani oppure sull’unico e bellissimo dipinto ottocentesco che lo ritrae, esposto presso il prestigioso museo Louvre di Parigi. Il principe sfruttò i cunicoli romani voluti dall’imperatore Claudio che per primo tentò un suo parziale prosciugamento per dare terreno fertile a Roma, al centro dell’impero. Oggi quest’area è un importante sito di agricoltura industriale che, a fatica, cerca di riconvertire buona parte dei suoi terreni al “biologico”. Il cammino si svolge in parte percorrendo quelle che erano le sponde più a nord del lago, con la vista sempre aperta sul massiccio del Velino-Sirente e sulle montagne del Parco Nazionale d’Abruzzo Molise e Lazio che si stagliano più a sud, sul versante opposto dell’immensa piana. In un angolo più decentrato, si nota la concentrazione delle tante parabole del Fucino Space Center, uno dei siti di telecomunicazioni più importanti al mondo, dal quale non solo si gestiscono i flussi di dati di cui la nostra modernità non può più fare a meno, ma si controllano e riallineano le orbite della moltitudine di satelliti che ciclicamente ne solcano il cielo sovrastante. Questa parte di cammino è stata dominata dai vasti spazi e dalla profondità dei panorami che, un pò come nei deserti, hanno la capacità di stimolare profonde riflessioni interiori. L’essenza del cammino, in fondo, è proprio questa: scoprire se stessi accarezzando lentamente e lungamente le rugosità della nostra amata terra. La giornata si conclude a Celano dopo un lungo cammino. Il tempo di mangiare qualcosa, rassettare i pensieri e ognuno, nell’intimità del proprio giaciglio, si addormenta cullato dalle incognite del percorso di domani. Fabrizio Pietrosanti

Camminare come ristoro del corpo e salute dello spirito. È quanto si va riscoprendo da parte di sempre più persone: donne e uomini, giovani e maturi, laici e credenti, appassionati della natura e della cultura. Camminare come viaggio lento, che consente di vedere fuori di sé e di leggersi dentro, è tra le forme di turismo che si vanno sempre più affermando e che recuperano l’origine della stessa pratica turistica che ha avuto nel peregrinare, ossia di andare fuori della propria terra, non solo per devozione, la prima e più profonda motivazione: conoscere l’altro e l’altrove per riconoscere se stesso. E il peregrinare, nella maniera più autentica, passa per la fatica necessaria dell’uscire dal quotidiano e andare verso lo straordinario e, dunque, per il sudore dell’impegno. Senza altro ausilio che se stessi. Al più avvalendosi del “cavallo si San Francesco: il bastone cui appoggiarsi praticamente e metaforicamente. Al recupero del camminare per fare “turismo emozionale”, culturale, ecologico, etc, ha contribuito grandemente l’azione del Consiglio d’Europa, che ha promosso i “cammini d’Europa”, dando loro una sorte di bollino di qualità, a cominciare dal Cammino di Santiago de Compostela e dalla Francigena. Promozione che è stata fatta propria dai Paesi membri e tra questi l’Italia. I cammini europei sono divenuti opportunamente le strade attrezzate nelle quali far convergere i camminatori che si valutano ormai in alcune centinaia di migliaia l’anno. In questo contesto, l’Abruzzo e tra le regioni italiane che, pur a fronte di alcune significative esperienze, non conta un cammino riconosciuto neppure a livello nazionale. Eppure vi sarebbero percorsi che vantano tradizioni secolari, dal Tratturo Magno alla Via degli Abruzzi, oltre ai numerosi percorsi pellegrinali regionali e transregionali. A voler promuovere e sviluppare tale pratica nella regione abruzzese alcuni luoghi risulterebbero nodali. Ad esempio, Popoli, la “chiave dei tre Abruzzi”. Tra tali luoghi mi piace segnalare Tagliacozzo: porta d’Abruzzo da e per Roma, lungo l’alta valle dell’Aniene, ma anche verso il Basso Lazio, lungo l’alta valle del Liri, o ancora verso la Valle Reatina, lungo l’alta valle del Salto. E, di fatto, il territorio di Tagliacozzo è stato ed è teatro del camminare e del pellegrinare. I più anziani ancora ricordano il passaggio “corale” e folclorico di folte compagnie di pellegrini che nel mese di giugno arrivavano dalle contrade abruzzesi per inerpicarsi sui Simbruini e raggiungere il Santuario rupestre della Santissima Trinità. I più giovani vedono oggi passare piccoli gruppi di attrezzati camminatori che vogliono raggiungere l’antica meta ma anche quanti ne scoprono di nuove e ne tracciano il percorso. Tra quest’ultimi mi è capitato la scorsa estate di incontrare un entusiasta manipolo che proveniva da Roma, percorrendo l’itinerario compiuto nel XVI secolo da chi avrebbe messo in salvo in Abruzzo, sottraendola alle brame dei Lanzichenecchi, la Veronica: l’antica preziosissima reliquia del Volto di Cristo che potrebbe coincidere con il Velo di Manoppello, il Volto santo custodito e venerato nel locale Santuario. Ma altre potrebbero essere le mete abruzzesi da raggiungere attraverso il territorio di Tagliacozzo, non semplicemente attraversandolo, ma cogliendone la ricchezza delle sue peculiarità ambientali e culturali, nello spirito che è alla base del viaggio lento. Una ricchezza già valorizzata e conosciuta ma che troverebbe nei nuovi turisti camminatori una attenzione notevolmente superiore al turista standard. Il cammino si avvantaggia, infatti, del contatto diretto e spontaneo con la comunità cittadina senza la mediazione degli addetti del settore che farebbe della stessa cittadinanza una comunità accogliente. Franco Salvatori

Sulle orme di s. Francesco, e in seguito di S. Celestino V, abbiamo intrapreso a metà agosto il cammino del Paradiso, un itinerario che attraversa la Marsica abruzzese per poi spingersi fino alla conca peligna. Partiti da Roma, e raccolto altri pellegrini lungo il cammino, abbiamo toccato, per citare le tappe principali, Cappadocia, Tagliacozzo, Celano, Collarmele, Castelvecchio Subequo, Sulmona e Tocco da Casauria: cammino del Paradiso, una metafora del cammino dell’uomo verso Dio. Un cammino che nell’estate del coronavirus ha voluto anche essere un piccolo segno di speranza e di rinascita dopo le tragedie in nord Italia di marzo e aprile…un cammino che ha visto insieme pellegrini da nord a sud, e che speriamo di ripetere anche l’anno prossimo, con qualche variante. Del resto, come dimenticare le chiese di Tagliacozzo, i resti archeologici di Alba Fucens, il paesaggio incantato della piana del Fucino dal Castello Piccolomini a Celano? O l’acqua limpida e veloce dell’Aterno, con gli eremi visitati lungo il percorso, il passo cadenzato di prima mattina per passare da Celano a Collarmele… o il paesaggio lunare della piana di Baullo, vicino al monte Sirente, prima di Castelvecchio Subequo? Tutto questo resterà impresso nei nostri cuori, insieme alle risate, ai pranzi e alle cene improvvisate, alla fatica di rispettare le norme anti-covid nonostante il caldo, ai litigi che talvolta dovevamo affrontare, alle preghiere spontanee che la sera condividevamo in cerchio, seduti per terra…stanchi ma felici.
Un cammino a tratti faticoso, ma segnato dalla bellezza del paesaggio e dello stare insieme, riflesso di quella Bellezza che abita il cuore di ogni uomo. Per una decina di giorni ci siamo immersi in queste cittadine dalla storia millenaria, che va dall’epoca romana («Nec sine Marsis nec contra Marsos triumphari posse» dice Appiano di Alessandria) a quella medievale (la battaglia di Tagliacozzo, citata anche da Dante) a quella moderna e contemporanea. Più ancora ci siamo sentiti accompagnati da Francesco, quel giovane che ha cambiato la storia della Chiesa, e che è voluto passare anche di qua, secondo il suo primo biografo Tommaso da Celano. Questo abbiamo colto: la mitezza che vince il rancore e la vendetta, l’affidare al Signore le fatiche di ogni giorno, la speranza che affiora anche nel deserto, come i cardi nel sentiero verso la piana di Baullo, dove il Santo, secondo la tradizione, fece sgorgare una fonte d’acqua fresca in mezzo alla terra arida. Un percorso in cui siamo stati accompagnati da guide locali, che sono diventati per noi compagni di viaggio fondamentali, non solo per il ruolo che svolgevano, ma anche per la saggezza e la benevolenza che ci hanno dimostrato lungo il cammino. Amici che ora porteremo sempre nei nostri cuori. Ringraziamo il Signore per averci dato questa opportunità di rallentare il nostro andare frenetico e compulsivo, per imparare a vivere la vita più lentamente, assaporando la gioia di ogni singolo istante, senza perdere di vista l’essenziale. E’ stato bello questo camminare insieme per sentieri antichi, “pel tratturo antico” direbbe D’Annunzio, ed avere imparato a cogliere sempre il Bello dentro e fuori di noi, anche quando c’è una pandemia, anche quando le spine che ciascuno ha dentro sembrano stringersi attorno al cuore, anche quando qualche fratello ci ha lasciati. Perché quando il cuore è con Gesù, tutto acquista senso. E’ il Cielo che regge la terra, direbbe s. Francesco. Laura Gottardo

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