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Ecco cos’è il covid, la fame di aria, ecco i medici e chi è pronto ad aiutarti… E chi no

Avezzano. “Magda, mio padre ha lavorato una vita in ospedale e mai abbiamo denigrado la struttura anche quando ce ne è stato motivo. Conosciamo l’ambiente e le dinamiche e per forma mentis non abbiamo mai calcato l’onda di politiche disfattiste!!! Io sono orgogliosa di chi fa il proprio lavoro in coscienza ed onestà…odio le polemiche sterili fini a se stesse. Chi giudica sempre e comunque, dovrebbe dimostrare prima cosa sia in grado di fare e FARLO!!!”.

Alessandra Di Pasquale la conosco davvero, così, con qualche messaggio scambiato su whatsapp. Un’amica mi ha inviato un suo post su Facebook pubblicato il 25 aprile. È una di quelle testimonianze che dopo qualche riga ti hanno già incollato lì, con lo sguardo fisso allo schermo di un cellulare che per troppo tempo hai tra le mani. Ad ogni ora del giorno e qualche volta anche della notte, da quando ci siamo ritrovati in emergenza sanitaria.

Il post l’ho detto tutto d’un fiato e ancor prima di contattarla per chiederle se potevo realizzare un articolo con il suo racconto, già immaginavo a come avrei potuto parlarne e a come incanarlo per dare un messaggio chiaro, per cercare di far capire davvero cosa Alessandra, 46 anni, di Avezzano, malata di covid, volesse e potesse dire ai lettori.

In realtà c’è ben poco che io possa aggiungere alla sua testimonianza perchè basta seguirla sui social per capire non solo cosa sia il covid ma anche come stravolga la vita di una persona che vive un quotidiano condividendolo con i familiari, i colleghi, gli amici.

Ma anche di come si rendano necessarie, nei giorni in cui ci si ritrova rinchiusi dentro casa a tu per tu, faccia a faccia con la malattia, le presenze di medici, infermieri, operatori sanitari. Quelli che in questi mesi di emergenza si sono ritrovati un giorno sì, e l’altro pure, attaccati dai commentatori seriali dei social, da chi senza alcuno scrupolo si è fatto portatore di rancore e di attacchi.

In un’Italia dove la sanità spesso non funziona, incatenata dalla burocrazia creata da una politica lenta e qualche volta impreparata ma un’Italia orgogliosa, sempre, di una sanità pubblica,popolata da operatori “buttati” in trincea, h24, tra la gente, tra i malati, instancabili e indispensabili.

E allora eccola la testimonianza di Alessandra Di Pasquale, la sua storia si racconta da sè.
Me…e il covid-19.
Nomi e cognomi.
«Questo post credo sarà abbastanza lungo. Anzi, senza credo ed aiutatemi a dire lungooooooooooooooooo, perché da sola non ce la faccio ancora!
Legga chi vuole, chi ha tempo, chi non ha di meglio da fare, oppure è già il momento giusto di ignorarlo e portarsi altrove.
Bene, dal 31 marzo scorso sono risultata positiva al coronavirus. Credo una delle tante varianti in giro, o forse una fatta apposta per me: fulminea. Come l’abbia contratto, nonostante le mille accortezze e precauzioni adottate durante l’anno pandemico, non ne ho la certezza assoluta. Ho solo fondati sospetti che dipanerò all’uscita completa da questa terribile disavventura, ma che a poco servirà.
Ho cominciato a non stare bene ad inizio settimana, una stanchezza e malessere strani. Non poteva essere la conseguenza di una freddura, una sudata finita male, mi sentivo diversa, sì che di malanni ne ho già passati in vita mia e quindi so riconoscere la differenza. La notte tra il lunedì ed il martedì l’ho passata insonne e smaniosa. Tuttavia l’indomani, sono andata a lavoro. Ho poi pranzato dai miei, e 20 minuti dopo ero nel mio letto a cercare di recuperare un po’ di sonno perduto. Tra dolori e piedi ghiacciati il recupero non è stato possibile. Ho passato il pomeriggio sperando in un po’ di relax e così tutta la notte. Il mercoledì mattina presto ero già febbricitante, diserto l’ufficio e decido di chiamare il mio medico di famiglia, Paolo Sante Cervellini: “Ale stanno facendo lo screening allo Stadio dei Pini, se riesci a uscire, vai!”. Raccolgo le forze e il coraggio e bardata di tutto punto esco a fare il tampone. Per fortuna tragitto casa-garage e ritorno, non incontro nessuno e mi doccio con spray disinfettante in ascensore! Dopo due ore e mezza di fila, sotto un sole generoso e un abbigliamento pesante, faccio il tampone e torno a casa; nemmeno varco l’uscio, che il cellulare squilla e l’operatrice addetta ai risultati mi dà la sentenza: “Signora è risultata positiva, chiami il suo medico di famiglia e attivi le procedure del caso”. Subito ho eseguito e subito il mio Medico e la sua assistente Roberta De Sanctis, mi inseriscono nella piattaforma Asl per le verifiche come da protocollo. Con un magone in gola avviso e chiamo le persone a me più vicine nei giorni precedenti. Fortunatamente pochissime, ma tra queste le più deboli. Dire ai miei, alla famiglia più stretta, della mia positività è stato l’inizio del mio personale e duro calvario. Una responsabilità enorme, un timore assoluto non per la mia salute, ma per chi vive intorno a me una condizione di vera fragilità.
Avevo sentito già mia madre che teneramente mi rassicurava, che magari era una “cosa passeggera”; mentiva a me e a se stessa. Lei, il mio tono preoccupato l’aveva percepito dallo squillo. Le ho dato la conferma solo un’ora dopo. Il tempo di capire cosa fare. Allerto l’ufficio, i miei vicini di casa. Tutti!
Avviso mia sorella, con la quale ero uscita il lunedì pomeriggio per commissioni. Si allerta anche lei, chiama il nostro medico di famiglia, attiva le procedure di controllo e con il marito iniziano la quarantena, data la positività poi confermata.
I miei nipoti con tampone negativo si trasferiscono dai miei, tampone negativo anche loro, e ci isoliamo tutti da subito. I miei nipoti, a tutela dei nonni, si sottopongono ai tamponi, più e più volte! Un autentico stillicidio l’attesa degli esiti. Per fortuna negativi!
Dal giovedì inizia l’inferno. Da subito febbre alta, tutti i sintomi cominciano a scoppiare come pop corn impazziti. In meno di 12 ore sono completamente KO. Vengo prontamente raggiunta dai Medici USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale). Con tono rassicurante, pacato, professionale, mi intervistano. Mi promettono una visita a breve e così fanno. Il primo medico Usca (Dott. Simone Ciavatta) arriva a casa vestito come le scene che vedete nei tg. Devo farmi ripetere il nome più volte, poiché dietro quel loro scafandro non riesci a vedere la loro identità, ed io ho intenzione di ricordarli tutti. È un giovane medico in trincea da un anno, di una dolcezza e cordialità infinite. Non mi visita subito, mi conforta, simpatizza con i miei gatti impauriti. Mi fa delle domande e piano piano scivoliamo nella visita durata in tutto mezz’ora. Pressione, ecografia torace e schiena, saturazione, auscultazione, palpazione: “Ale hai la polmonite! Ora faremo così, così e così. Non preoccuparti. Se seguiremo tutto per bene, ti tireremo presto via da questa situazione!”.
In modo preventivo io ero già sotto farmici per tenere bassa la febbre. A fare poi la prima prescrizione è stata una “premurosa” Dottoressa dell’Ospedale di Avezzano (Dea Piersanti), che fortuitamente era in compagnia di una mia amica infermiera “onnipresente” (Alessia Di Pietro) che nella mattina di Pasqua mi scriveva per gli auguri. Avviso del mio stato di salute e subito mi consigliano di intervenire, e così faccio.
La visita Usca, il parere del mio medico di famiglia, l’intervento della Dottoressa, Alessia in supporto, sono concordi nella linea da seguire. Sono stati tempestivi per come la situazione stesse evolvendo. Sono coperta dai medicinali e dalle attenzioni delle persone nominate. Sono al sicuro.
Mi viene prescritta l’ossigeno-terapia. La mia saturazione è troppo bassa. Rischio quello che in gergo sanitario è definito intervento di secondo livello: IL RICOVERO OSPEDALIERO. E Dio solo sa quanto ho temuto questa ipotesi!!! Lí sai quando ci entri, ma…….(vabè meglio non pensarci!).
È già una settimana e più che non mangio, non ci riesco proprio; mi nutro di acqua, di frutta (non ho mai mangiato tante fragole in tutta la mia vita), di antibiotici, di protezioni gastriche, di aspirina C e Tachipirina all’occorrenza, che non tollero e mi fa dare di stomaco, indebolendomi ulteriormente.
Dirà un altro medico Usca (Dott. Alessio Belli) “premuroso” anch’egli, che mi chiama di domenica mattina augurandomi il buongiorno e chiedendomi come abbia trascorso la notte, che il 10°/11° giorno sono i giorni cruciali, il picco massimo della malattia. Ci siamo in pieno! Ascolto e penso: no, non è vero. I primi dieci/undici giorni sono tutti drammatici a modo loro. Non oso pensare ai restanti!
Ogni giorno si è in bilico tra l’abisso e la speranza di farcela. Si è stretti in una morsa che non ti molla, non si allenta, e passare 24 ore in uno stato semi-incosciente non sai se sia più un bene che un male. Come se qualcuno ti strattonasse e poi ti sbattesse addosso ad un muro. Cadi e alzati se ci riesci!
Vivi in una dimensione parallela, quasi onirica. Il tutto ben accompagnato da tanta, tantissima solitudine fisica casalinga. Vivo sola, con i miei tre gatti! Una traversata atlantica in solitaria dove ho un equipaggio di incoraggiatori impotenti e persone reperibili h 24 che non possono aiutarmi come vorrebbero, pena tirarli giù nell’abisso con me, ancor prima di arrivare a destinazione. Un lusso che non posso permettermi. Una colpa troppo grande da espiare semmai accadesse qualcosa a qualcuno di loro. Guidata e attenzionata da tutti gli addetti ai lavori (purtroppo non conosco tutti i loro nomi per menzionarli) riesco a gestire la situazione. L’aspetto psicologico poi ha giocato un ruolo fondamentale in tutta questa storia. Ho trovato nel personale sanitario con cui mi sono interfacciata, persone nobili, cortesi, rassicuranti, garbate, efficienti. Mi sono sentita “amata” insomma. Solo avviare la bombola d’ossigeno mi ha gettata nello sconforto. Troppo pesante da spostare e troppo dura da aprire, per me che scartare un’aspirina è stata una fatica enorme e dove scaricare il termometro è stata un’impresa titanica. Non c’era ossicino e muscolo del corpo che non mi facesse male! Io di quell’ossigeno avevo bisogno, avevo l’affanno, la saturazione sempre più bassa. Una fame di aria mai provata. Nonostante il mio splendido vicino, Sig. Donato, avesse provveduto immediatamente a procurarmi la bombola, ho dovuto attendere la sera alle 18 l’intervento di un’altra Dottoressa “preziosa” (Rico Roberta) per sbloccarla e prestarmi ulteriori cure e sostegno. È stata qui finchè il parametro della saturazione non la soddisfacesse, avendo anche la delicatezza di spendere due parole con me! Trascinare la bombola dal portone in casa, e poi dal soggiorno in camera da letto è stata per me la 13^ fatica di Ercole.
(Sempre con l’aiuto immediato di Alessia e Dea che in una video chiamata della mattina stessa, mi hanno insegnato a collegare tubi, tubicini, gorgogliatore, inalatore nasale, alla fine prendo confidenza e la mia saturazione, seppur di poco, ha iniziato a risalire. Ero sotto i 90!)
Purtroppo la febbre insisteva. Due giorni e due notti è arrivata ai 39.8°-39.6° per poi scemare un grado in meno verso la mattina. Probabile una notte, sia anche svenuta, poichè mi son risvegliata con i miei stessi lamenti ed il ghiaccio sintetico era ormai diventato una gelatina calda sulla mia fronte. In tutto saranno passati 5 minuti o forse 5 ore, non lo so, tanto il tempo è relativo in quelle circostanze!
Sono riuscita a scampare il ricovero solo perché per due giorni la febbre era scesa. Un’altra Dottoressa (Miriam Manfreda) “graziosissima”, previa intervista telefonica e successiva visita, era stata chiara:”Ale se ti avessi trovata con la febbre, avendo la polmonite in corso, e ancora una saturazione bassa, questa mattina ti avrei trasferita in ospedale, ma ritengo che tu possa continuare le terapie a casa, con la promessa che ci aggiorniamo passo passo su come ti sentirai nelle prossime ore!”. Intanto mi viene prescritto dello sciroppo, eparina, degli integratori e mi aumenta il cortisone e antibiotico. Quando è arrivata ero stanca, provata. Mi ero “semplicemente” lavata e cambiata. Ho avuto paura che confondesse la mia fatica di 10 minuti prima, con un stato fisico decadente.
Alla notizia ero felice. Volevo piangere. Avrei voluto abbracciarla, ma nè potevo nè ce la facevo.
I giorni sono trascorsi lenti, pieni di angoscia e paura, di piccole riprese e cadute, ed il terrore costante di non potercela fare da sola a casa viste le continue evoluzioni della malattia. Ormai avevo l’ossigeno collegato anche di notte e conseguente insonnia visto il ribollire dell’aria dentro la “bottiglietta”. Ero sfinita! In più ero fiaccata dall’angoscia di notizie di decesso di miei giovani coetanei. Di vite spazzate via in 10 giorni nemmeno! Sulla mia testa non pendeva il crocifisso di cristallo, ma una spada di Damocle!
Tuttavia, in tutto quel tempo, sebbene sola, non mi sono mai sentita sola. Non ero sola, ed a parte la seria e puntuale assistenza medica, non mi sono mancate telefonate, messaggi dei familiari, degli amici, di conoscenti social. Una presenza costante e quotidiana che hanno reso le mie giornate meno pesanti da passare. Sembravano mettersi d’accordo per non “disturbarmi” tutti insieme. Un amico mi inviava video divertenti, brani musicali mai sentiti, insomma un personal dj di riguardo. Addirittura mi ha omaggiato dell’accesso a piattaforme moderne per farmi passare qualche ora con tutti i film, documentari e serie televisive possibili. Voleva mi distraessi dal virus, affogandolo in pellicole di cellulosa virtuale.
Ho ripreso a mangiare da una settimana. Il mio mitico, inesauribile, inimitabile vicino Donato, mi ha preparato pranzo e cena. Io aspettavo la sua telefonata come un uccellino nel nido che aspetta la sua mamma a bocca aperta:”Ale, apri la porta!” e lì, alla maniglia, trovavo appesa la mia salvezza, un sacchetto di carta con dentro i miei pasti caldi. Una benedizione per me e per la mia famiglia, sollevata dal fatto che c’era qualcuno che in modo pratico ed immediato, mi era vicino e si prendeva cura di me come una figlia. Mia madre, mio padre, non lo ringrazieranno mai abbastanza, nemmeno io, nemmeno tutte le persone che mi vogliono bene e che sanno quanto la sua vicinanza sia stata determinante per uscire da questo momento così particolare (susseguito poi da una serie di imprevisti spiacevoli, tipo mio padre che ha trascorso una notte in ospedale per problemi cardiaci e febbre e quindi messo in isolamento. Ora di nuovo ricoverato ed in procinto di ultimare gli accertamenti!
Nel mentre, mio cognato da positivo, sviluppa la polmonite, e per lui cambiano le terapie, ad oggi mia sorella si negativizza, evviva!).
Tra queste parentesi, non sono poi mancate le attenzioni discrete degli altri vicini di casa, i quali attendevano un mio SOS e che per fortuna non c’è stato bisogno di lanciare.
Non sono mancati i medicinali, i pensieri, i viveri, persino gli asparagi selvatici, i dolci per la colazione, le uova fresche, la macedonia e crostata a merenda, la pizza del sabato sera ed il cornetto delle 23. E sono anche arrivati i fiori, le piante!!!
Non è mancato l’affetto e le premure a distanza, che poi si materializzavano davanti al mio portone, con GRANDE, GRANDISSIMA GRATITUDINE VERSO MIO NIPOTE LORENZO, che come un solerte fattorino mi consegnava di tutto e di più. Un giovanotto dolce, premuroso, paziente, attento, pronto e disponibile in tutto! Mai stanco, mai scocciato, ma sempre puntuale e solare nell’aiuto che ha dato a me, ai suoi genitori, ai nonni, a tutti noi in difficoltà!
Evito di citare il ruolo di mia madre perché sinora ho trattenuto le lacrime e non vorrei esser patetica. Ma già sapete! La forza delle madri è qualcosa di soprannaturale. Impossibile da definire!
Evito di citare tante altre persone per l’importanza che rivestono nella mia vita ed è bene che io le custodisca in silenzio, perché in silenzio hanno sofferto, si sono spese tanto, per me e per chi mi era intorno!
Non posso però evitare di citare anche chi sapendo, è stato latitante, indifferente, menefreghista, assente. Chi ha fatto finta di informarsi, chi ha tentato in modo maldestro e meschino magari per prendersi i meriti della mia ripresa FINGENDO PREMURE MAI PERVENUTE o AIUTI DA ME RIFIUTATI. È tardi adesso! Non serve! Restate in quell’angolo di mondo che vi siete ricavati per stare tranquilli! Non siate in pena, evitate di farla! L’aiuto si da, si fa, non si proclama.
Chi vuole aiutare non chiede il permesso!
Chi pur indossando un camice bianco di professione medica e paramedica, non abbia trovato il modo (dal piccione viaggiatore al tasto del mio citofono) di chiedere come stessi; questo l’ha fatto non tanto in spregio alla mia persona, ma quanto a dispetto della divisa e al ruolo che hanno. A loro dico solo una cosa: VERGOGNATEVI e quel camice che avete e che anche io vi consento di indossare, usatelo per spannare lo specchio dove ogni mattina vi specchiate, per vedere meglio la vostra umana piccolezza ed inutilità sociale!
Cito anche quelli che malati di loro, vedono nella malattia altrui una sorta di competizione, una minaccia; come se qualcuno gli togliesse la scena per un attimo e quindi scelgono di non esserci solidali. Non siete solo malati (…di protagonismo) siete dei miserabili perché non comprendete il dolore altrui. Magari a me e agli altri passerà, a voi resta l’aridità, oltre che il vostro egocentrismo. Curatelo!
Cito i sedicenti amici “che se non sei online non esisti”, persi negli infantili rimpalli e scarsa memoria “che se non chiamo io, tu non chiami e viceversa”, o nello squallido “follow for follow” e li invito con cortese sollecitudine a cancellarsi da se’ poichè non ho piacere ad intrattenerli nelle mie farneticazioni social, o ancor meglio nella mia insipida vita, per me oggi ancor più saporita. Mi risparmiereste un ulteriore spreco di energie. Andate in pace! Tanto se “vi occorro” sapete dove raggiungermi! Avete tutti i miei contatti! Sapete persino dove abito! Spero vi congediate da soli perché non sono solita mettere alla porta l’ospite che scelse di venire a trovarmi e che io non ho cercato!
Cito invece gli amici virtuali che con sorpresa mi hanno contattata perché insospettiti dalla mia assenza: siete stati speciali, davvero! Restate! Grazie!
Cito i miei gatti, e solo chi sa può capire quanta compagnia mi abbiano fatto, quanto abbiano fatto loro il mio dolore. Quanta tenerezza e conforto mi abbiano dato. Blu è quello che ha accusato di più il mio malessere, non ha mangiato, è dimagrito tanto. Ora è una leggera massa di pelo. Mi è stato sempre addosso. Gray e Cleo una forza della natura. Sempre presenti e vigili ogni volta che mi alzavo dal letto. Impazziti durante le mie crisi respiratorie (per fortuna sporadiche).
Cibo e cure, seppur a fatica, non gli sono mancate! Ho cercato comunque di essere una brava umana. Siamo un bel quartetto! Siamo invincibili!
Se ripenso che si stava ventilando l’ipotesi di mandarli in una pensione, morirei ora! Ho dovuto promettere ai miei che sarei stata attenta ad uscire in terrazzo per pulire la lettiera!!! Sono stata ATTENTISSIMA, giuro. Per il resto benedico e venero l’indipendenza felina.
Durante le conversazioni, tutti in modo premuroso mi hanno chiesto:”MA COME HAI FATTO??? DA SOLA POIIII?!?!”
A tutti ho risposto:”NON LO SO NEMMENO IO”. So solo che se non è stato lo Spirito Divino ad assistermi e a proteggermi, sarà stato sicuramente lo spirito di sopravvivenza!
Sono alle conclusioni, ma ancora c’è tanta strada da fare per me. Ancora non termino le terapie, devo attendere gli esiti del tempone, e tutti gli accertamenti possibili per saggiare i postumi, ma certo è e spero che il peggio sia davvero passato. Sono viva e grata di tutto a tutti, be’ non proprio a tutti valà.
Il virus è infame, la superficialità di molti lo è ancor di più, viste le varie castronerie che ho dovuto leggere, da parte di chi non ha la seria contezza delle cose. Insomma chi la butta in caciara e basta o peggio ancora di chi bada solo al proprio orticello che tanto, covid o non covid, era in secca anche prima!!!
La situazione è drammatica e la malainformazione è una cloaca a cielo aperto, che è fetida e dannosa, specie per chi nel virus c’è con tutte le pantofole ed è molto probabile che non la racconterà!
La facile ironia, il sarcasmo spicciolo non aiuta nessuno, così come non aiuta dire male di tutto e tutti e ripetere il fastidioso mantra che tutto va male. Chi non è propositivo, eviti almeno di essere DISFATTISTA e PERCULATORIO. Lo sappiamo tutti che non ci sono rosee prospettive all’orizzonte, ma inasprire le coscienze non è un buona soluzione ai problemi. Ci sono più urlatori, parlatori, tuttologi in giro, che drops virali nell’aria! Frutto questo della peggiore, retriva, castrante, “ostaggista”(vocabolo inventato, ma si capisce) GOVERNANCE attuale…e passata, perché tanto è!
Cosí come non è un saggio atteggiamento minimizzare la gravità dei contagi. Ci sono e ce ne saranno. Morti ci sono e ce ne saranno! È una certezza, visto il modo sportivo con cui si comportano tanti a scapito di coloro che sono stati “massacrati” nelle loro attività imprenditoriali e non solo. A scapito di quanti ce l’hanno messa tutta per sfuggire al collasso suo ed altrui. Lo so, l’ho vissuto su di me, purtroppo. Ma bene così. Meglio a me che a qualcun altro che in questo mondo ha funzioni e responsabilità ben più onorevoli delle mie. Ho retto il colpo. Ne sto uscendo!
Perdonatemi, ho sproloquiato abbastanza, e chiudo rinnovando la mia gratitudine alle persone che mi hanno “salvata ed aiutata”, in tutti quei modi in cui una persona può essere “salvata ed aiutata”:
Dottor Paolo Cervellini, Roberta De Sanctis, Alessandro Torti, Alessia, Dea, Donato, Alessandrina, Simone, Alessio, Miriam, Roberta, gli operatori Asl, i Farmacisti della Farmacia dei Marsi, Annarita, Dominga, Lucia, Mirko, Francesca, Cristina, Ines, Sonia, Simona, Diego, Tonina, Lella, Paola, MariaGrazia, Rosanna, Maurizio, Gianni, Giancarlo, Adriano, Rossana, Danilo, Mapy, Hassan, Gabriella, Antonietta, Loredana, Violeta, me stessa!
Ultima, ma non per ultima, ringrazio tutta la mia splendida e numerosa famiglia, alla quale ho dato non poca preoccupazione, mi scuso, VI AMO!
E come diceva mia Nonna:
”TRISTE CHI NON HA NESSUNO!!!”
Grazie di ❤️. Buona Domenica!
Ps: Il post è la mia semplice testimonianza di come abbia vissuto un mese in preda a ciò che credevo non mi accadesse, che sciocca! È la testimonianza che nella sfortuna sono stata sfacciatamente FORTUNATA, perché si sono incastrate persone e condizioni a me favorevoli. C’è stata una concentrazione di impegno e forze “positive” che dall’esterno hanno abbattuto quello che avveniva all’interno dell’appartamento nº12.
Ah, assicuro, no, non è come un’influenza!!! Il virus ti prende e ti trasforma. Io ora sono un caleidoscopio vivente! Ma tornerò di un unico colore.
FATE ATTENZIONE, per amor vostro e degli altri. E datemi retta, è molto meglio credere che provare!!!
#Me
Postilla al post.
«Questa mia testimonianza, al netto del racconto personale, vuole focalizzare l’attenzione sull’efficacia della cura domiciliare dei pazienti affetti da coronavirus. Un intervento tempestivo e programmato, di concerto tra i Medici di base (conoscitori della storia clinica dei propri pazienti), i Medici dell’Usca, il supporto degli Operatori sanitari (dapprima impegnati nel monitorare la mappa dei contagi), consente di poter curare i malati nella sicurezza e nel conforto della propria abitazione.
Mi riferisco tuttavia a casi medio-gravi, come nel mio, che se valutati in modo attento e celere, possono garantire-a seconda della reazione personale-la guarigione in tempi contenuti.
Una diagnosi veloce, l’intervento immediato, le visite cadenzate, previa intervista telefonica (ove possibile), l’assistenza post visita, la prescrizione dei farmaci e altri presidi medicali, il supporto psicologico del paziente, sono la chiave di successo per garantire la messa in sicurezza e salvezza dello stesso, tale da non gravare sulle strutture ospedaliere ormai al collasso, ottenendo una significativa riduzione di spesa a carico del servizio sanitario nazionale e quindi a carico di tutti noi contribuenti. Il risparmio conseguente potrebbe esser destinato al potenziamento e miglioramento dell’attività delle USCA e/o di apparati similari. Penso alle associazioni di volontariato formato da personale medico e paramedico, ausiliari, non strutturati, che possano mettere a disposizione le proprie competenze professionali.
In questa pazza Nazione, non tutto è da buttare via.
Curare il covid a casa è possibile, con me e tanti altri ha funzionato.
BASTA VOLERLO!»
Magari ho detto delle ovvietà mostruose, ma tra il dire o non dire, è meglio dire: qualcosa rimane sempre!