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Don Giovanni e don Filippo Mastroddi usurpatori della «Cascina Di Luppa»

Nel 1867, scortato «da un Drappello di Linea per la poca sicurezza dei luoghi», un agente demaniale inviato sul posto dalla prefettura dell’Aquila, tentò di ristabilire nuove delimitazioni per il comune di Sante Marie, dopo che i fratelli Don Giovanni e Don Filippo Mastroddi (l’uno garibaldino e l’altro Guardia Nazionale), avevano fatto spiantare le vecchie colonnette dei confini, almeno venti anni prima, impossessandosi arbitrariamente della zona suddetta. In questo quadro generale, assume importanza la situazione d’emergenza che aveva dovuto affrontare l’ufficio della prefettura «Sezione Demani» del capoluogo della provincia, dopo le infinite rivendiche degli aventi diritto. Tra l’altro, occorre ricordare che l’8 dicembre 1861, lo sperduto casolare posto in «Valle di Luppa», fu teatro della vicenda del maresciallo di campo spagnolo José Borges, che tentò l’ultima disperata resistenza contro i bersaglieri del maggiore Franchini, asserragliato proprio dentro la «Cascina Mastroddi».

LuppaPer cercare di sbrogliare l’ingarbugliata matassa dei possedimenti e delle successioni, occorre quindi esaminare tutta la copiosa documentazione racchiusa in Archivio di Stato dell’Aquila negli «Atti Demaniali, Prefettura, Sezione Demani, I Versamento, Sante Marie, b. 69, fascc. 3-5-7, Anni 1810-1867». Il 29 agosto 1810, il paese di Sante Marie, con annesso Villa San Giovanni, aveva un «numero di anime» pari a 1086 abitanti (200 famiglie), con a capo il sindaco Marzio Giorgi e il cancelliere Antonio Colelli; apparteneva alla provincia di Aquila, distretto di Cittaducale, circondario di Tagliacozzo.

   Le questioni si erano aggravate subito dopo l’emanazione della famosa legge per l’eversione della feudalità (2 agosto 1806), quando i francesi, che avevano appena scacciato il Borbone, cercarono di introdurre nel regno di Napoli una nuova e più moderna legislazione amministrativa. Su queste premesse fondamentali, di particolare interesse rimane il documento intitolato: «Processo verbale per un demanio ex-feudale che si trova nel tenimento delle Sante Marie», associato al rilievo svolto dall’agente demaniale del circondario, che registrò subito il numero degli animali esistenti nel paese di Sante Marie. Al fine di assicurare la più ampia circolazione degli aventi diritto al pascolo su quella zona, furono individuati: 179 somari, 66 cavalli, 18 bovini, 133 vacche, 702 pecore, 396 capre e 173 verri (18 agosto 1810). Giova a tal riguardo sottolineare che la proprietà era stata definita «Burgensatica», ossia allodiale (patrimonio negli antichi ordinamenti giuridici, generalmente fondiario, in piena proprietà e non sottoposto agli oneri e vincoli feudali).

   In questo lungo verbale, Domenicantonio Colelli (cancelliere del comune), richiamò l’attenzione dell’autorità competente, illustrando con chiarezza la storia dei passaggi di proprietà dell’importante appezzamento: «Esiste nel territorio di Sante Marie la Montagna, che si chiama Tenuta di Luppa, ed è confinante colle montagne di Pietrasecca, Tremonti, Colli, e Sante Marie. La sua estensione è di circa coppa una e mezza di terreno prativo di prima classe. Altre coppe otto prative di seconda classe, e coppe ventisette, prative di terza classe. Coppe circa duecentocinquanta boscose con alberi di faggio e cerro di terza classe. La proprietà di tal Montagna è per la metà dell’ex Barone Contestabile Colonna, e per l’altra metà della Famiglia Leoni di Carsoli. Costoro vi fidano comunemente gli animali al pascolo ed anche l’uso di legnare, e far carbone a forestieri pel quel che ogni anno ne convengono. Questo Comune centrale però delle Sante Marie e sua Villa S.Giovanni ha in essa Montagna di Luppa gli usi civici di legnare far carbone, e pascolare e ne pagano all’atto ducati cinque per il pascolo e grana venti per ciascuna famiglia per la legna, carlini 15 per ogni carboniera sempre che si avvalgano di tali usi. Certifico inoltre che questo Comune ha un ristretto demaniale inculto di circa coppe duecento con alberi di faggio e cerro: il suo letto è nell’erto e nel pendio incapace alla coltura perché soggetto alle piogge ed alle inondazioni, che lo renderebbero lavato, lasciandone la faccia del pietroso, rimane perciò un solo uso di pascolo in qualche mese dell’anno per quella poca erba che ne dà». Pertanto, questa certificazione in possesso del municipio, permise l’intervento immediato di un commissario regio, a cui dovevano rispondere gli aventi diritto per poter opporre eventuali contestazioni.

   In sintesi, questi risultavano i contenziosi riguardanti il prezioso territorio preso in considerazione. Si trattava di una grossa proprietà che, proprio durante gli anni precedenti all’unificazione, era caduta nelle mani dei fratelli Mastroddi senza alcun titolo. Tra il 1861 e il 1867 l’importante famiglia di Tagliacozzo impedì a chiunque l’accesso in quella zona per lo sfruttamento degli usi civici, applicando la forza delle armi.

   Sotto questo profilo, è importante sottolineare che, oltre al danno subito dalle amministrazioni comunali di Sante Marie, Pietrasecca, Tremonti e Colli di Monte Bove, i maggiori svantaggi investirono l’ormai stremato ceto rurale, impossibilitato dalla ferrea sorveglianza dei guardiani ad accedere alle loro precarie risorse, quando la fame e la miseria attanagliavano ancor più contadini, braccianti e pastori.

   Il possesso, difeso strenuamente dalla ricca e potente famiglia di Tagliacozzo negli anni prima e dopo il 1860, era nato proprio durante la stesura del documento intitolato: «Processo verbale per la verifica commessa dal Signor Cavaliere de Thomasis Commissario del Re per la divisione dei Demani sulla Tenuta di Luppa», laddove il padre di Giovanni e Filippo Mastroddi (Alessandro) fu delegato dal commissario ripartitore dei demani De Thomasis di Chieti, con lettera del 27 luglio 1811, pronto creare imbrogli e mistificazioni di effettivi e comprovabili possessi con il sindaco di Carsoli, l’eletto del comune riunito di Pietrasecca, il sindaco del centrale Sante Marie, il rappresentante dei Colonna (Baldassarre Lanciani) e con il signor Giuseppe De Leoni «in nome, e parte de’ suoi fratelli comproprietari».

   Certamente, la documentazione lacunosa, non permise allora di chiarire del tutto l’incresciosa faccenda. Tuttavia, durante l’inchiesta, furono consultati dal delegato incaricato vari catasti comunali, tra cui quello di Sante Marie del 1753 e quelli di Pietrasecca del 1684 e del 1749. Dalla raccolta di queste informazioni emergerà una «Nota estratta da’ titoli esibiti dal Sig.r Giuseppe de’ Leoni sulla Tenuta di Luppa», dove poteva leggersi che già dal 27 aprile 1584, i fratelli Giuliano e Giammaria De Leoni avevano comprato una parte del terreno in questione da un certo Orazio Parisio di Tremonti. Successivamente (16 marzo 1602), sempre Giuliano e Giovanni Festa, acquistarono la terza parte della «Tenuta di Luppa» da Fabio a Marzio De Leoni di Carsoli.

   Alla fine dei complessi accertamenti, inviati al distretto di Cittaducale, pur mantenendo la responsabilità della valutazione generale, il sottintendente precisò: «Si è quindi dedotto, che sebbene in origine, come si è detto, fosse il Territorio di Luppa separato, e distinto da Tenimenti dell’uno, e dell’altro Comune, in seguito si abbia a credere aggregato al Tenimento di S. Marie e non di Pietrasecca. E specialmente, tuttociò, che sotto la denominazione di Luppa spetta ai due comproprietari Colonna, e de’ Leoni, i quali di vedono caricati nel Catasto di Sante Marie, e non in quello di Pietrasecca». Sulla base dei presupposti indicati, risultò, tuttavia, che tutti i contadini dei comuni citati, avevano sempre pagato il diritto di pascolare e far legna, di abbeveraggio e carbone proprio al principe Colonna e ai signori De Leoni. L’annosa vertenza si trascinò così dal 1806 fino al 1860 quando, gli usurpatori Don Giovanni e Don Filippo Mastroddi, detenevano ancora la proprietà del prezioso e vasto territorio, senza poterne, però, dimostrarne il possesso.

    In una situazione caratterizzata da violenze e scontri armati, riuscirono con forza e determinazione a tenere tutti a bada per parecchi anni, specialmente dei coloni che usufruivano dei benefici in promiscuità. Fino a che, il sindaco di Sante Marie, intenzionato a recuperare quella parte della «Valle di Luppa» appartenente al demanio comunale del suo territorio, nell’anno 1867, ordinò alla Guardia Nazionale di far arrestare tutti i coloni e i boscaioli al servizio del potente casato dei Mastroddi di Tagliacozzo, generando ulteriori tumulti. Fulvio D’Amore