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Cosa c’entra la pandemia da Covid-19 col mangiare la carne? Le rassicurazioni di Andrea Di Cintio

Nelle scorse settimane, diversi media nazionali e internazionali hanno ripreso la notizia in cui si evidenziava un presunto legame tra il virus del Covid-19 e i luoghi in cui si macella in maniera intensiva la carne (qui l’articolo di Wired Italia). Il tutto parte da alcuni dati provenienti dagli Stati Uniti, il paese al mondo più colpito dal Coronavirus, che evidenzierebbero come il virus si sia “diffuso in maniera particolarmente capillare proprio tra chi lavora negli stabilimenti industriali che macellano e lavorano la carne”. Diversi impianti hanno chiuso, o hanno rivisto al ribasso la loro capacità produttiva e di rifornimento e smaltimento del prodotto.  Come si legge nell’articolo, “[…] da un punto di vista industriale, il problema, almeno per ora, non sarebbe la carne in sé ma il fatto che per processarla e distribuirla servono degli impianti industriali che oggi bisogna tenere chiusi per fermare la pandemia. Sempre che si voglia contenere il contagio da nuovo coronavirus. Senza questi impianti gli allevatori non possono smaltire il bestiame, che va a inceppare l’allevamento, e gli scaffali dei rivenditori rimangono a secco, anche se non sappiamo ancora precisamente in che misura“.

Ma come mai il nuovo virus che causa la Covid-19 ha infettato in questa misura i lavoratori dell’industria della carne? E la situazione vale anche qui da noi? Abbiamo chiesto, come al solito, un parere ad Andrea Di Cintio di Euro-Cash, tra i leader in regione per la lavorazione del settore.

Allora Andrea, hai letto l’articolo sugli Stati Uniti? cosa ne pensi?

Il problema degli USA è comune a molti grossi macelli industriali, dove vengono lavorati migliaia di capi al giorno“, spiega Andrea. “Lo studio di cui parli ha mostrato come ci sia stato un aumento percentuale maggiore della media proprio in quelle zone dove risiedono i più grandi macelli americani: non si può dire che sia stato dimostrato un rapporto diretto di causa-effetto, ma il sospetto è legittimo. Il problema è soprattutto legato alle norme igienico-sanitarie.

Innanzi tutto, qui parliamo di allevamenti super intensivi, dove gli animali vengono bombardati di antibiotici: ora accade che, col tempo, gli antibiotici siano sempre meno efficaci, perché si sviluppa una sorta di ‘resistenza’, e ciò  fa sì che il  numero di infezioni  e la diffusione di virus aumenti. Norme igieniche che, ovviamente, si ripercuotono anche sulla salute delle persone che lavorano in questi luoghi. Soprattutto perché va considerato che in queste realtà c’è un elevatissimo turnover del personale, con persone sempre diverse che si alternano sui luoghi di lavoro. La probabilità di esposizione e contagio aumenta quindi enormemente, perché è difficile tenere traccia di tutti e di tutto.”

Da noi la situazione è completamente diversa, e quindi sono in totale disaccordo con le conclusioni del pezzo, che sembrano affermare che l’unica soluzione sia rinunciare al consumo di carne. E‘ possibile allevare e lavorare la carne in maniera controllata e certificata, come facciamo noi da sempre. Il controllo deve riguardare tutta la filiera“.

Facciamo un esempio con i nostri cinghiali: più volte, su queste pagine, ho raccontato della miriade di controlli, di analisi, di certificazioni a cui gli animali sono sottoposti, dalla cattura fino al momento in cui arrivano sullo scaffale. E lo stesso avviene con tutti gli altri capi. Quanto al processo di lavorazione, il fatto di essere rimasti comunque un’azienda a dimensione familiare, ci permette di avere delle accortezze e dei protocolli di igiene che hanno garantito la totale sicurezza di tutti i nostri collaboratori.  Gente che lavora con noi da tanto tempo, che conosciamo, che possiamo monitorare con la dovuta accortezza, rispettando le distanze personali e controllando lo stato di salute di ognuno. Insomma, da noi potete stare tranquilli!

Photo by Armando Ascorve Morales on Unsplash

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