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Coronavirus in carcere, il racconto di un agente penitenziario marsicano dei drammatici giorni della rivolta

Magliano dei Marsi. L’inizio di marzo è stato scandito dall’aumento esponenziale dei contagi da Coronavirus, ma anche dalle rivolte nei carceri italiani. La motivazione di tale escandescenza, andata in scena all’interno di diverse strutture penitenziarie del nostro paese, è da addursi alle limitazioni che i detenuti hanno subito proprio a causa dell’emergenza sanitaria. La disposizione prevedeva che per due settimane non avrebbero potuto ricevere visite. Successivamente a questo periodo vi sarebbero state ulteriori ristrettezze, fondamentali per la loro incolumità fisica e per quella del personale della struttra. Il rischio di contaminazione dall’esterno era, e resta, troppo alto.

“Ricordo bene l’8 marzo, era domenica e riposavo dopo 14 giorni di lavoro consecutivo. Ho appreso della rivolta dalla televisione, così sono corso a cambiarmi e sono corso sul posto. Sono rimasto dentro per due giorni, senza praticamente mai dormire”. Lo racconta Paolo Di Girolamo, guardia penitenziaria operativa nel carcere di Modena. Paolo, nato, cresciuto e vissuto a Magliano dei Marsi, da qualche anno presta servizio in quella struttura, anch’essa interessata dai disordini.

“Quando sono arrivato i detenuti erano tutti dentro. La nostra preoccupazione era vedere se qualche collega fosse rimasto bloccato ma tutti sono riusciti a mettersi in salvo. Era urgente riportare l’ordine. Quando gli ospiti della struttura si sono resi conto di non poter scappare hanno danneggiato l’istituto provocando danni per milioni di euro. Hanno dato fuoco a tutto ciò che potevano e distrutto quanto trovavano sulla loro strada”, prosegue a raccontare. “Il carcere adesso è inagibile e da 560 detenuti che avevamo ora ce ne sono 90, che sono quelli semiliberi, i restanti li abbiamo confinati nella sezione femminile che ha avuto pochi danni, mentre altri ancora sono in un reparto che non è stato distrutto ma che presenta ancora i danni dell’incendio. Gli altri 400 sono stati spostati in altre strutture. Venivano prelevati con i pullman”.

“La rivolta è scattata dopo l’ora di pranzo quando i detenuti sono scesi a prendere l’aria. A quel punto hanno “creato” delle montagne di uomini. Si arrampicavano l’uno sopra l’altro per cercare di evadere”. Nessuno è riuscito nell’intento, però. Gli agenti sono stati bravi a contenerli. Ma, nel mentre, altre persone davano in escandescenza dentro la struttura, assalendo stanze valori e infermeria. “Il nostro è stato l’istituto con più morti, 11. La maggior parte di loro, dopo aver assaltato l’infermeria si è drogata fino ad andare in overdose. Molti li abbiamo ripresi in tempo e salvati, ma non con tutti è stato possibile. Alcuni sono morti durante il trasferimento dal carcere di Modena ad altri istituti”.

Sono stati giorni pesanti in tutto il Paese, ci rivela Paolo, ma la scelta era obbligata. Il comandante del carcere di Modena stabilì che fossero gli agenti penitenziari dello stesso a dover sedare la sommossa, senza supporto di polizia o altri corpi. Racconta, inoltre, di come la paura ci fosse anche per possibili imboscate nel corso della notte. “Molti erano armati di vari oggetti rubati in giro per il carcere. Quando siamo rientrati, però, nessuno ci ha attaccato”. Altra paura, inequivocabilmente alle stelle, era il rischio di contagio da Coronavirus. “Abbiamo tutti sperato di non esserci contagiati tra noi, anche perché sono venuti colleghi da altre città come Piacenza o Milano che in quei giorni vivevano situazioni drammatiche”.

E poi c’è la distanza da casa, dai genitori. “Ovviamente non posso scendere a casa, a Magliano. La preoccupazione per la salute c’è, le precauzioni non mancano. Gli italiani però sono così, fino a che non hanno una tragedia che li tocca da vicino non capiscono la gravità della situazione. Vedo video di gente che se ne va tranquillamente in giro, a fare passeggiate o peggio ancora. Tutto ciò è ingiustificabile, bisogna rimanere dentro, questo virus non perdona. Tutti possono essere contagiati, infermieri, medici, commessi e cassiere dei negozi. Poi c’è il capitolo assistenti nelle case di riposo dove sono morti tantissimi anziani. Adesso è stato fatto un progetto per suddividerli nelle stretture in base alla gravità del virus. In alcune zone sta accadendo come in guerra, dove si decide chi salvare e chi no. Anche se, va detto, è comunque complesso capire chi è morto per e chi con il Coronavirus. Anche nel resto d’Europa sta accadendo, è difficile avere numeri concreti e precisi”.

La paura, Paolo, l’ha toccata da vicino. Sia con la rivolta che con il contagio. “Purtroppo ho fatto anche due quarantene, seppure in due periodi diversi. Sono stato a contatto con amici risultati positivi. A lavoro hanno scelto di aggiungere altri giorni oltre a quelli che mi ha dato la Asl. Fortunatamente io e mia moglie stiamo bene, non abbiamo avuto e non abbiamo problemi, ma la paura è anche per i nostri due figli piccoli. Mia moglie è infettivologa, quindi riesco ad avere la percezione di come prendere le giuste precauzioni. Doppia mascherina, guanti e cerco di stare alla larga da tutti. All’esterno di casa abbiamo creato una zona filtro dove prima di rientrare sanifico tutto, mi disinfetto, lascio tutto fuori e vado in doccia. Dentro casa non entra nulla. La spesa la faccio ogni 20 giorni, andando in orari dove c’è poca gente. Ci sono tante associazioni che aiutano portando a casa la spesa, ma la situazione è complessa per tutti, anziani e non”.

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