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C’era una volta il lago Fucino, la storia di un popolo ispirata dai diari di viaggio inglesi

Avezzano. Essere artisti a volte significa avere il coraggio di osare, di fare scelte controcorrente, a volte anche apparentemente lontane dal sentimento popolare. Negli anni, può succedere che un’opera che nell’attualità delle cose, sembra lontana dal gusto contemporaneo, diventi un classico che non passa mai di moda.
E’ il caso dei film documentari del regista attore Germano Di Mattia, che negli anni sembrano assumere sempre di più la funzione di documentare attentamente la storia ed i passaggi culturali e storici dell’intero Abruzzo. ( Valigie di cartone The Italian dream, film sull’emigrazione italiana nel Mondo, The Celestinian code, la vera storia di Celestino V, Il mistero dell’Aquila, una delle città più misteriose del Mondo, La Leggenda del Lago Fucino, la storia di un’antica statua di Madonna del lontano 1773).
Ad attestare la validità di questi lavori, numerosi premi e riconoscimenti italiani e stranieri e la traduzione delle sue opere in diverse lingue. L’ultimo film documentario del regista marsicano prende spunto dai diari di viaggio di artisti inglesi che visitarono le nostre terre nel 1800 e nei primi del 1900 (Edward Lear, Richard Keppel Craven, Anne Mac Donnell e Amy Atkinson). Nel film lo stesso Di Mattia interpreta il barone inglese Richard Keppel Craven, in perfetto stile ottocentesco e con tanto di cilindro ed aplomb inglese. Il film è il pretesto per parlare di argomenti molto cari ai marsicani e non solo, riscoprire le nostre radici, attraverso antiche leggende, che ormai sono storia: Angizia e Circe. Nel 2004 sono stati ritrovati nei pressi di Luco dei Marsi i resti dell’ antico santuario di Anxa dedicato appunto alla dea Angizia. Film che ha ispirato un tour operator internazionale a promuovere sul nostro territorio nel Mondo, degli itinerari per riscoprire le antiche tradizioni marse, un po’ come succedeva nel 1800 e nei primi del 1900, quando appunto l’Abruzzo era meta di viaggiatori ed artisti, soprattutto inglesi. Il film “C’era una volta il lago Fucino” è dedicato a Marija Gimbutas, archeologa lituana che, per le sue teorie e scoperte del tutto innovative, fu osteggiata e denigrata e, cosa peggiore, non considerata. Lei dedicò la sua esistenza alla ricerca di prove per dimostrare al mondo quanto fosse inutile nascondere pezzi di storia e la vera storia delle donne, in un certo senso, dell’intera umanità. Germano Di Mattia ha scelto di fare un film documentario sulle storie del Fucino, proprio perché molti pezzi di storia sono stati esattamente occultati, cancellati sapientemente. Il lago del Fucino, era uno specchio d’acqua naturale che gli stessi antichi romani, non pensarono mai di prosciugare, semmai mediante un canale di scolo, cercarono di livellare le sue acque, in modo da non avere esondazioni, in ogni caso il prosciugamento completo del Fucino del 1876, fu un gravissimo errore.
L’area del Fucino era la culla di un grande popolo, con una grande storia: i Marsi.
Popolo che i romani ebbero notevoli difficoltà ad assoggettare …“Nec sine Marsis nec contra Marsos triumphari posse” essi dicevano che “In battaglia, senza i Marsi o contro i Marsi Roma non può trionfare”. I marsi erano possenti, ed infatti nella Marsica venivano selezionati i reparti speciali dell’impero romano, chiaramente i marsi non erano dei semplici guerrieri, ma sacerdoti, maghi incantatori e guaritori, perché conoscitori di erbe e veleni. La stessa parola Farmacon in greco vuol dire veleno, infatti molti dei medicinali odierni vengono preparati con parti di veleni.
In questa epoca in cui si tentano ancora di occultare delle antiche verità, era importante che ancora una volta, il lavoro attento del regista Germano Di Mattia, documentasse una parte di storia sconosciuta ai più. Questo è il successo di un artista sincero che segue che il proprio cuore. C’è una grande attenzione per questo lavoro, da un pubblico internazionale che ne recepisce l’importanza, anche spirituale dell’opera e la apprezza. Il vero successo non è un fatto di notorietà e di gossip o di denaro guadagnato con facilità. La vera emozione, il cuore sono la misura di tutte le opere d’arte, e questa è la ricetta di molti artisti italiani del passato, e dovrebbero impararla anche le odierne case di produzione di cinema, tv e di musica, in barba al marketing ed alla sofisticazione di un’opera servendosi della sola tecnica, e soprattutto dovrebbero capirla le istituzioni. La diffusione della cultura può incentivare il turismo di una nazione o di una particolare area, oltre a diffondere la conoscenza…Un vero e proprio lavoro di promozione turistica del territorio, così, la cultura diventa industria ed una grande ricchezza!
Il film ci tiene a precisare il regista è il frutto di un lungo lavoro di studio e di documentazione, e si è potuto realizzare grazie anche alla concessione della Soprintendenza ai Beni archeologici d’Abruzzo di Chieti e dell’ Arssa ed al contibuto della Micron Foundation, della Provincia dell’Aquila e della Banca popolare di Lanciano e Sulmona, oltre che dell’associazione culturale Omnia.
In un periodo di crisi (parola greca che significa: decidere, scegliere), periodo di nuove scelte e di cambiamenti, ci si può aspettare anche che arrivino cose buone, nuove opportunità, nuove forme di linguaggio. La crisi è la transizione da uno stato d’essere ad un altro diverso, è il cambiamento di pelle, il periodo che segue in bene o in male una malattia, da cui si decide la guarigione o la morte, vivere o morire è sempre una scelta personale. Del resto, se pensiamo al cinema italiano, il suo periodo migliore è stato il “neorealismo” che appunto è nato in un momento di crisi… La crisi può essere vista come un’occasione di rinascita…In questo caso la rinascita di un popolo, quello marso, che forse deve ancora conoscere bene le proprie radici antiche.
In quest’ultima opera Germano Di Mattia, sembra aver trovato una sua direzione, anche perché il regista ha e deve avere prima di tutto, una visione interiore delle cose, ed una grande immaginazione. Senza di essa è un replicante. E se i films, le sceneggiature, nascono dentro “ C’era una volta il lago Fucino” sembra davvero essere il frutto della maturazione di questo nostro artista. (d.l.)


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