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Al Teatro Talia di Tagliacozzo le scuole mettono in scena il “Progetto Coro Folk”

di Romolo Liberale

Tagliacozzo. Teatro “Talia”, tutto è pronto, ma il sipario è ancora chiuso. La trepidazione delle mamme, dei papà, delle nonne e dei nonni è alle stelle. L’attesa del pubblico, accorso numeroso, è viva e palpitante. Ecco: il sipario si apre. E la maestra Maria Grazia Luzzi, la cui commozione è quanto mai intensa e intensamente riflessa nei suoi occhi, apre lo spettacolo. E’ l’approdo finale del “Progetto Coro Folk”, realizzato con gli alunni delle classi IV e V, e presentato come alto motivo educativo dei sentimenti e della creatività in cui sono profuse le rigorose scansioni dei tempi che impegnano, come singoli e come coralità, la scolaresca selezionata per l’ambizioso progetto.
La “due volte” maestra (nelle funzioni didattiche propriamente scolastiche e in quelle di “direttrice d’orchestra” nella preparazione del Coro), introduce con semplicità, senza enfasi, e senza “voli” di parole vagabonde, il senso della lunga fatica perchè, nella educazione e nella esecuzione del canto, si realizzasse quell’illuminato assunto che ho trovato in “I-ching”, un prezioso testo dell’antica cultura cinese, secondo cui “la musica è l’essenza dell’armonia tra il Cielo, la Terra e gli esseri umani”, E quando, come nel Coro Folk, fervidamente diretto da Maria Grazia Luzzi, la musica si fa canto, e il canto è espresso da voci tenere, il senso della meravigliosa connessione tra spiritualità e materialità umana, si fa alto fino a raggiungere toni di solennità.
Nel Teatro è allestita una ricca mostra di disegni maturati nelle aule scolastiche. E’ l’incantevole giardino dell’universo fantastico che ha agitato la mente dei bambini; è il fertile parto di una immaginazione libera il cui stimolo viene solo dalla immediata percezione che un bambino ha del reale dentro il quale muove i primi passi per le vie del mondo. Questa ricchezza fantastica è poi vivamente riflessa nei costumi dei teneri coristi dove è presente il respiro delle favole e dei racconti tante volte ascoltati come dati incancellabili della tradizione che ha la sua chiave nella cultura orale delle generazioni passate.
E’ la volta di Angelo Melchiorre, anch’egli maestro ineguagliabile nel mettere le ali, con le sue video-elaborazioni, ad un evento, ad una storia, ad una testimonianza. Angelo, succintamente, come solitamente fa, precisa gli assunti del suo lavoro, ne disegna i criteri eseguiti, e poi affida tutto alla proiezione perchè, quel che non ha detto, è detto nel documentario. La sua voce calda (gli specialisti dicono “fonogenica”), accattivante, godibile, accompagna le immagini che ci narrano un passato trasfuso nel presente come recupero culturale di un patrimonio che va sempre più indagato, capito, difeso perchè parla di quel che fummo e ci dice, narrandoci il passato, da dove veniamo e quali sono le radici della nostra identità. Nella successione delle immagini e dei canti, vive l’Abruzzo, vive la Marsica, vive quella civiltà agro-pastorale che “ci fu latte fin dal pargoletto mondo”. E il tutto si connette magistralmente ai canti che raccontano altre realtà, altre esperienze, altre coordinate regionali nelle quali palpita quel “villaggio vivente della memoria” evocato da Ernesto De Martino, a cui l’immagine e il cuore tornano sempre, e che l’opera di scienza o di poesia riplasma in voce universale.
Fu, quella del 4 giugno 2011, un magico pomeriggio a Tagliacozzo. Quando il susseguirsi dei canti riempì quel piccolo “scrigno” di sobria eleganza e di grazia che è il Teatro “Talia” di Tagliacozzo, l’atmosfera assunse un aspetto festoso, di limpida lietezza, di affratellamento dei sentimenti, di piacevole scioglimento delle trepidazioni. Le ansie abbandonarono i genitori, l’entusiasmo si diffuse tra il pubblico, la soddisfazione segnò il volto e gli occhi di Maria Grazia. Gli affanni, le fatiche, le attese furono ampiamente ripagate. Non so se qualcuno – ma io ardisco immaginarlo – avrà pensato a conclusione della performance alle magiche sensazioni provocate nel pubblico quanto, per la prima volta, ascoltò dalla Nona di Beethoven, l’Inno alla Gioia, il coro conclusivo per cantare uno dei più alti sentimenti per i quali l’uomo è creato.
Può un coro di bambini suscitare, nella semplice cornice di un paese, la stessa sensazione? E perchè no se è vero, come è vero, che la gioia non ha mai avuto, e non avrà mai, metro di misura!